166/3 - La cessione dell'Oltregiuba

Al termine della prima guerra mondiale, l'Italia chiedeva alla Gran Bretagna la cessione dell'Oltregiuba, in base all'art. 13 del Patto di Londra del 26 aprile 1915 [1] . La questione veniva discussa alla Conferenza della pace di Parigi, nel corso della quale la Gran Bretagna si dichiarava disposta a cedere il porto di Chisimaio, con un hinterland di circa 83.000 kmq. In seguito, tale proposta veniva meglio precisata nella nota indirizzata il 1° settembre 1919 dal Ministro delle Colonie britannico, Milner, al Ministro degli Esteri italiano, Tittoni, nella quale erano indicati i confini del territorio da cedere. Le trattative continuavano con la redazione di progetti e controprogetti. Altre questioni, collegate in vario modo con quella dell'Oltregiuba, ostacolavano tuttavia i negoziati e, in particolare, quella concernente la sovranità italiana sulle isole del Dodecanneso [2] . Il 2 gennaio 1922, quando sembrava prossima la conclusione di un accordo sulla cessione dell'Oltregiuba, il Ministro delle Colonie, Girardini, scriveva al nuovo Ministro degli Esteri, Tomasi della Torretta, svolgendo le seguenti considerazioni in ordine alla necessità dell'approvazione parlamentare di tale accordo:

«Trattasi invero di atto che importa un onere finanziario non solo in via transitoria, per la prima presa di possesso, ma anche in seguito in via permanente, per maggiori spese di amministrazione, almeno finché la Somalia Italiana non assurga a quel grado di prosperità al quale promette avviarsi; e ricorre pertanto in tal caso la prima delle condizioni previste dall'art. 5 dello Statuto perché il trattato stesso sia sottoposto alla approvazione del Parlamento [3] . L'accordo del Jubaland apporta indubbiamente anche un aumento di territorio, cosicché ove si voglia comprendere nel concetto di territorio dello Stato, anche il territorio della Colonia, ciò che non è concordemente ammesso, ricorrerebbe un'altra delle condizioni indicate nel citato art. 5 dello Statuto, per sottoporre l'accordo stesso all'approvazione delle due Camere. Del resto a favore di questa soluzione è anche da ricordare che l'accordo di cui si tratta modifica la legge 5 aprile 1908 n. 161 [4] , per quanto concerne il territorio della Somalia a quella data, e che trattati e convenzioni di eguale, se non di minore importanza di quello in parola, sono stati presentati all'approvazione del Parlamento nazionale, conforme codesto Ministero ebbe a riconoscere necessario anche per l'andata in vigore delle Convenzioni sul Bacino del Congo, sul regime degli spiriti in Africa e sul controllo del commercio delle armi e munizioni, firmate a San Germano il 10 settembre 1919 (lettera di codesto Ministero [...] del 13 novembre 1920) [5] . Non credo perciò che, nel caso attuale della cessione del Jubaland, si possa prescindere dalla presentazione al Parlamento nazionale del relativo accordo, per l'approvazione». (Girardini a Tomasi della Torretta, Roma, 2 gennaio 1922, ASE, P 1919-30, 1579)

Il Consulente tecnico dell'Ufficio Trattati e Conferenze del Ministero degli Esteri, Palombo, dal canto suo, scrivendo al Capo dell'Ufficio V della Direzione Generale degli Affari Politici E.L., Guariglia, esprimeva il parere che

«La presentazione all'approvazione da parte dei due rami del Parlamento dell'accordo sul Giubaland sia necessaria ed imprescindibile - ed anteriore all'atto di ratifica del Capo dello Stato che pone in essere l'accordo medesimo ai fini della sua esistenza e validità internazionale. Tale parere è poggiato sulla corretta interpretazione dell'art. 5 dello Statuto che prescrive la presentazione al Parlamento per l'approvazione da parte di esso dei trattati che importano oneri finanziari alle finanze dello Stato. E quello in parola ne importa. Ciò assorbe ogni altra considerazione circa l'obbligo di presentazione all'approvazione del Parlamento in quanto il trattato stesso importi variazioni nel territorio dello Stato, altro caso contemplato nell'art. 5 dello Statuto. Ad ogni modo, anche a questo proposito, per quanto possa essere stato pensato da alcuni scrittori di diritto pubblico che le variazioni del territorio coloniale non cadano sotto il disposto dell'art. 5 dello Statuto il quale, secondo essi, contemplerebbe il solo territorio nazionale, tuttavia una opinione molto più fondata non ammette tale distinzione ed esige l'approvazione del Parlamento anche pei trattati che modificano, sia per aumenti che per cessioni, il dominio coloniale». (Palombo a Guariglia, Roma, 8 gennaio 1922, ibidem)

L'accordo definitivo tra Italia e Gran Bretagna veniva raggiunto il 15 luglio 1924, con la firma della Convenzione di Londra sulla cessione dell'Oltregiuba [6] , approvata con R.D.L. 15 agosto 1924 n. 1547, convertito in L. 15 luglio 1926 n. 1587 [7] .

Note

[1] Il testo dell'art. 13 era il seguente: «Dans le cas où la France et la Grande-Bretagne augmenteraient leurs domaines coloniaux d'Afrique aux dépens de l'Allemagne, ces deux Puissances reconnaissent en principe que l'Italie pourrait réclamer quelques compensations équitables notamment dans le règlement en sa faveur des questions concernant les frontières des colonies italiennes de l'Erythrée, de la Somalie et de la Lybie et des colonies voisines de la France et de la Grande-Bretagne» (Trattati e Convenzioni, v. XXIII, p. 289).
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[2] vedi anche: 1101/3 - La sovranità italiana sulle isole del Dodecanneso;
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[3] Per il testo dell'art. 5 dello Statuto albertino vedi nota...
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[4] Testo in Leggi e Decreti, 1908, pp. 1094-1100.
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[5] I testi delle Convenzioni citate si trovano in Trattati e Convenzioni, v. XXIV, rispettivamente p. 742 segg., 782 segg. e 754 segg.
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[6] Ibidem, v. XXXII, p. 112 segg.
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[7] Rispettivamente in Leggi e Decreti, 1924, pp. 4361-4366 e 1926, pp. 6766-6773.
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