283/3 - L'amnistia generale in Albania

Il Protocollo preliminare di Tirana, concluso il 2 agosto 1920 tra l'Italia e l'Albania, stabiliva, all'art. VI, che = Un ' amnistia reciproca generale sarà accordata, salvo per i delitti comuni (all. a Sforza a Giolitti e Bonomi, Roma, 7 agosto 1920, ASE, P 1919-30, 690) [1] . L'art. VII, a sua volta, disponeva che «Tutti gli italiani ed albanesi che per ragioni varie si trovano ora trattenuti ed arrestati, saranno messi in libertà nello stesso termine dell'evacuazione del litorale di Valona. I detenuti per delitto comune verranno consegnati alle competenti autorità rispettive» (ibidem). L'applicazione di tali articoli poneva alcune questioni interpretative. Il 9 agosto 1920, infatti, il Comandante delle truppe italiane in Albania, Generale Piacentini, poneva al Ministro degli Esteri, Sforza, e a quello della Guerra, Bonomi, il quesito

«Se fra processi e relativi imputati da consegnare autorità albanesi vanno compresi quelli pendenti avanti questo Tribunale di guerra e specialmente quelli per reati contro militari italiani, vie di fatto, omicidio, anche se commessi locali militi o gendarmi». (Piacentini a Sforza e Bonomi, Valona, 9 agosto 1920, h. 20.10, ASE, P 1919-30, 175)

Il Sottosegretario alla Giustizia e agli Affari di Culto, Dello Sbarba, chiedeva a sua volta a Sforza il 13 agosto 1920:

= Se è intenzione di codesto Ministero concedere l ' amnistia o condono agli Albanesi in espiazione di pena per reati comuni od anche per reati politici, commessi in Albania, o viceversa agli Albanesi condannati in Italia per reati commessi nel Regno (Dello Sbarba a Sforza, Roma, 13 agosto 1920, ibidem).

Sforza rispondeva a Bonomi, il 17 agosto 1920, nei seguenti termini:

«L'amnistia decisa all'art. 6 di Protocollo di Tirana per tutti i delitti non comuni deve essere reciproca e generale. Si applichi largamente questa misura, purché vi sia la reciprocità: nell'applicarla si tenga però conto di speciali situazioni locali e personali agendo in tali casi con opportune temporaneità e cautele ma in modo da non dar luogo a infondate accuse di partigianerie». (Sforza a Bonomi, Roma, 17 agosto 1920, s.h., ibidem)

Il 20 agosto 1920, il Sottosegretario agli Esteri, Di Saluzzo, rispondeva a Bonomi quanto segue:

«Il Ministro italiano in Durazzo ha esposto che sono sorte incertezze a Valona circa l'applicazione dell'ultima disposizione dell'art. 7 del Protocollo di Tirana: "I detenuti per delitti comuni verranno consegnati alle competenti autorità rispettive". Ha osservato che un criterio restrittivo escluderebbe questi detenuti dal beneficio della disposizione generale dell'articolo stesso con la conseguenza che tutti i detenuti albanesi, civili militari gendarmi non ancora giudicati avrebber dovuti esser tradotti nel Regno per giudizio e quelli già giudicati avrebber dovuti esser trattenuti nel luogo di pena. Lo spirito informativo del Protocollo di Tirana, particolarmente dei suoi articoli sei e sette sembrava tutt'altro e una larga interpretazione pareva indicata anche da ragioni di opportunità e di economia. Ho risposto che concordavo nella sopra esposta larga interpretazione ed applicazione dell'art. 7: quindi tradurre nel Regno gli Italiani e consegnare gli albanesi agli albanesi». (Di Saluzzo a Bonomi, Roma, 20 agosto 1920, s.h., ibidem)

Vedi anche

Bonomi a Pugliese, Roma, s.d., ma 10 agosto 1920, all. a Bonomi a Sforza, Roma, 10 agosto 1920, s.h., ASE, P 1919-30, 690; Piacentini a Bonomi e Sforza, Valona, 10 agosto 1920, s.h., ibidem; Natoli a Sforza, Valona, 10 agosto 1920, ibidem; Di Saluzzo a Castoldi, Roma, 10 agosto 1920, h. 24.00, ibidem; Bonomi a Pugliese, Roma, 11 agosto 1920, s.h., ibidem; Castoldi a Sforza, Durazzo, 16 agosto 1920, h. 12.20, ibidem; Di Saluzzo a Castoldi, Roma, 19 agosto 1920, s.h., ibidem; Di Saluzzo a Fera, Roma, 19 agosto 1920, s.h., ASE, P 1919-30, 175.;

Note

[1] vedi anche: 239/3 - Il Protocollo preliminare di Tirana;
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