298/3 - La richiesta italiana di applicazione del Patto di Londra

Durante la trattativa post-bellica relativa a Fiume ed alla frontiera italo-jugoslava, il Governo italiano, di fronte alla resistenza degli Alleati, in particolare degli Stati Uniti, ad accogliere le sue richieste, invocava il Patto di Londra del 26 aprile 1915, la cui applicazione integrale avrebbe consentito all'Italia di ottenere buona parte della Dalmazia, con le isole adiacenti [1] . Una prima richiesta in tal senso veniva avanzata il 20 aprile 1919, al momento dell'abbandono temporaneo della Conferenza della pace di Parigi da parte della Delegazione italiana, guidata dal Presidente del Consiglio, Orlando. La richiesta veniva ribadita nel Memorandum del 10 gennaio 1920 indirizzato a Francia e Gran Bretagna, con cui l'Italia smentiva di rinunciare all'applicazione del Patto di Londra, come asserivano gli Alleati nel proprio Memorandum del 9 dicembre 1919. Il 12 gennaio 1920, il nuovo Presidente del Consiglio, Nitti, interveniva al Consiglio Supremo in merito al Patto di Londra, nei termini così riassunti dal verbale della riunione:

«The Treaty had been made in good faith, and there was a mutual obligation to execute it in good faith. How to alter it to suit the present conditions was a matter for consideration. His colleagues had said that they recognised their obligation to carry out the Treaty, but that, if carried out, the whole of its clauses must be carried out». (Consiglio Supremo, Notes, Parigi, 12 gennaio 1920, ASE, Conf., 30)

Nella riunione del 20 gennaio, Nitti leggeva poi la seguente dichiarazione:

«Le Gouvernement Royal Italien, désirant arriver dans l'intérêt général à une solution équitable de la Question Adriatique, a fait des propositions et accepté des contres-propositions qui ont touchés la dernière limite des concessions compatibles avec les intérêts vitaux de l'Italie. Les Alliés ont pû constater durant le cours des négociations jusqu'à quel point la Délégation Italienne a fait preuve d'esprit de conciliation et de sacrifice. Malgré cela, les efforts qu'elle a faits pour arriver à un accord se sont constamment heurtés contre une intransigeance absolue du côté Jugoslave. Par conséquent, la Délégation Italienne, après avoir constaté avec regret l'impossibilité d'arriver à une entente, se voit dans la nécessité de déclarer qu'elle considère sans aucun effet et comme non avenues toutes les concessions faites pendant les longues négociations. Dans ces conditions le Traité de Londres de 1915 doit avoir pleine exécution». (Consiglio Supremo, Notes, Parigi, 20 gennaio 1920, ibidem)

Ancora Nitti, in un discorso alla Camera dei Deputati del 7 febbraio 1920, dopo aver ricostruito i criteri informatori del Patto di Londra, così proseguiva:

«Della situazione adriatica attuale vi possono essere due soluzioni: una soluzione di diritto, cioè applicazione pura e semplice del Patto di Londra, una soluzione di equità e di giustizia, cioè trovare per quanto è possibile - perché in questa materia, quando si tratta di zone di frontiera in cui le mistioni sono continue, in cui la separazione netta fra le razze è difficilissima, in cui i contrasti d'interessi sono grandissimi, vi è sempre una soluzione di equità - dunque, trovare modo di contemperare gli interessi, le tendenze e le aspirazioni del popolo italiano cogl'interessi, le tendenze e colle aspirazioni del popolo jugoslavo. Questo è il tentativo che si fa, questo è il tentativo che io credo risponda al sentimento della Camera e del popolo italiano. Ora dunque noi abbiamo due soluzioni. Abbiamo il diritto di chiedere agli alleati la pura e semplice applicazione del Patto di Londra, però con lealtà con tutti gli obblighi derivanti dal Patto di Londra, e non facciamo sottintesi perché questo non è giusto, né onesto, né si deve creare nel Paese e verso gli altri popoli uno stato d'animo d'inganno. Se si deve applicare veramente e realmente il Patto di Londra bisogna applicarlo nella sua integrità: Fiume ai Croati, la Dalmazia all'Italia. Questa è la soluzione di diritto. Poi vi è la soluzione di equità, come dicevo, nel cercare un onesto compromesso che consenta ai popoli vicini di avere una sistemazione che meno che sia possibile ne acuisca i contrasti e determini le diffidenze». (AP, CD, Discussioni, tornata 7 febbraio 1920, p. 993)

La richiesta italiana relativa all'applicazione del Patto di Londra veniva presentata l'ultima volta a San Remo, il 25 aprile 1920 [2] ; qualora gli Alleati non avessero aderito alle proposte presentate lo stesso giorno dalla Delegazione italiana,

«Le Gouvernement du Roi, après avoir atteint la limite extrême de sa condescendance et désireux comme il est à résoudre au plus vite le problème adriatique, se verrait, à son vif regret, dans la nécessité de retirer une fois pour toutes les concessions envisagées au cours des négociations et de réclamer l'assentiment contractuel qu'à plusieurs reprises les Alliés, dans leur loyauté parfaite, se sont déclarés prêts à donner au règlement de la question adriatique sur la base de l'application intégrale des dispositions du Traité de Londres du 26 Avril 1915». (Consiglio Supremo, Notes, San Remo, 25 aprile 1920, ASE, Conf., 30)

In seguito, però, l'Italia e il Regno serbo-croato-sloveno avviavano negoziati diretti, che si concludevano con la firma del Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 [3] .

Vedi anche

Promemoria di Cavallero, s.l., 27 ottobre 1919, AMM, 3, 3131; Consiglio Supremo, Notes, San Remo, 26 aprile 1920, ASE, Conf., 30; AP, CD, Discussioni, tornata 14 luglio 1920, pp. 1202-1209; Hyde, International Law, v. I, Boston, 1951, pp. 368-370.;

Note

[1] L'art. 5 del Patto di Londra, infatti, così disponeva: = L ' Italie recevra également la province de Dalmatie dans ses limites administratives actuelles [...]. Elle recevra aussi toutes les îles situées au nord et à l ' ouest de la Dalmatie [...] (Trattati e Convenzioni, v. XXIII, pp. 286-288).
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[2] vedi anche: 133/3 - Il Patto di Londra;
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[3] Testo in Trattati e Convenzioni, v. XXVI, pp. 775-782.
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