325/3 - L'Accordo Tittoni-Venizelos del 29 luglio 1919

Nell'immediato dopoguerra, la Grecia e l'Italia avviavano negoziati per un accordo sulle rispettive pretese territoriali nel bacino del Mediterraneo orientale e nella penisola balcanica. Tali negoziati si concludevano a Parigi il 29 luglio 1919, quando il Ministro degli Esteri, Tittoni, firmava con il Presidente del Consiglio ellenico,Venizelos, un accordo secondo il quale: a) il Governo italiano si impegnava ad assecondare davanti alla Conferenza della pace le rivendicazioni greche sulla Tracia occidentale ed orientale e la richiesta di annessione dell'Albania meridionale, e, nello stesso tempo, cedeva alla Grecia la sovranità sulle isole del Mar Egeo occupate dopo la guerra italo-turca del 1911-12 (l'isola di Rodi sarebbe rimasta sotto la sovranità italiana, salvo l'eventualità di un plebiscito da effettuare entro cinque anni); b) il Governo greco si impegnava a sostenere davanti alla Conferenza della pace le richieste italiane relative allo Stato albanese e di annessione di Valona con il suo hinterland, confermava la neutralizzazione del Canale di Corfù già stabilita dalla Conferenza di Londra del 1913-14, si impegnava ancora, nel caso in cui le sue rivendicazioni in Tracia e nell'Epiro settentrionale trovassero accoglimento, a rinunciare in Asia Minore, a vantaggio del Governo italiano, ad alcune pretese, mantenendo tutte le altre formulate nel Memorandum inviato da Venizelos il 30 dicembre 1918 alla Conferenza della pace. L'Accordo Tittoni-Venizelos stabiliva, all'art. 7, che

= Dans le cas où l ' Italie n ' obtiendrait pas satisfaction en ce qui concerne ses aspirations en Asie Mineure, elle reprend pleine liberté d ' action par rapport à tous les points du présent accord. Dans le cas où la Grèce n'obtiendrait pas satisfaction en ce qui concerne ses revendications formulées dans l'article 4, elle reprend pleine liberté d'action par rapport à tous les points du présent accord» (Martens, Nouveau Recueil Général de Traités, s. III, t. XII, p. 578).

Poiché le pretese italiane in Asia Minore, discusse alla Conferenza della pace in relazione al progetto di trattato di pace con la Turchia, non venivano accolte, il Governo italiano riteneva non soddisfatte le condizioni contemplate dall'Accordo Tittoni-Venizelos. Il nuovo Ministro degli Esteri, Sforza, interpellava quindi Tittoni, per conoscere il suo parere sulla portata dell'Accordo che aveva a suo tempo firmato. Tittoni rispondeva il 22 giugno 1920 nei seguenti termini:

«Venuto stamane al Ministero ho voluto leggere testo dell'accordo italo-greco e ne ho tratto la conclusione che i patti in esso stabiliti non sono stati rispettati. L'accordo termina dichiarando che esso non è che la determinazione della linea comune che Grecia e Italia devono seguire dinanzi alla Conferenza [1] e stabilisce la caducità quando alcune condizioni essenziali del patto non siano realizzate. Le due condizioni che non si sono realizzate sono le seguenti: 1) il nostro impegno di non opporci all'assegnazione dell'Epiro alla Grecia è subordinato alla neutralizzazione del Canale di Corfù e della costa dell'Epiro a termine delle clausole speciali dell'accordo stesso. Questa neutralizzazione è stata da noi chiesta più verso le altre potenze che verso la Grecia quindi quando non fosse sanzionata dalla Conferenza non avrebbe per noi valore alcuno. Occorre quindi che Venizelos si unisca a noi per chiedere alla Conferenza il riconoscimento delle clausole del nostro accordo circa la neutralizzazione in parola. Il secondo punto è ancora più grave poiché è espressamente dall'art. 7 comminata la nullità dell'accordo mentre pel primo punto di tale nullità non si fa espressa menzione. Secondo l'art. 4 il governo britannico ha rinunciato a nostro favore alle sue pretese sul vilayet d'Aidin il quale pertanto è chiaro che doveva esserci assegnato allo stesso titolo per cui Smirne era assegnata alla Grecia ossia di dominio diretto sotto l'alta Sovranità del Sultano. Invece a noi sul vilayet d'Aidin non è concesso dal progetto di Trattato con la Turchia che un privilegio economico il quale ha un valore relativo poiché non è efficace che nei rispetti dell'Inghilterra e della Francia. Ciò rientra precisamente nel caso previsto dall'art. 7 che dice così: "In caso che l'Italia non ottenesse soddisfazioni in ciò che concerne sue aspirazioni in Asia Minore essa riprenderebbe piena libertà d'azione per tutti gli altri punti del presente accordo". [...] Quindi io penso che la mancata assegnazione a noi in dominio del Vilayet d'Aidin mancanza da cui deriva chiaramente perentoriamente la caducità dell'accordo debba condurci a riconsiderare la clausole riguardanti il Dodecanneso». (Tittoni a Sforza, Roma, 22 giugno 1920, h. 19.00, ASE, P 1919-30, 981)

Il 18 luglio 1920, Sforza così informava il Presidente del Consiglio, Giolitti, di un colloquio con Venizelos, relativo all'eventuale denuncia dell'Accordo del 29 luglio 1919:

«Gli ho dichiarato 1°- che nostre aspirazioni in Asia Minore che erano territoriali non essendosi potute realizzare entrava in gioco articolo 7 che prevede specificatamente il caso. [...] 4°- che qualora avessi creduto procedere alla denuncia avrei voluto una immediata ripresa delle conversazioni nelle quali si sarebbe principalmente tenuto conto della mutata situazione albanese e della necessità di sopprimere la clausola aggiuntiva per Rodi». (Sforza a Giolitti, Parigi, 18 luglio 1920, h. 19.00, ASE, R Londra, 470)

Sforza informava poco dopo l'Ambasciatore a Parigi, Bonin Longare, di aver inviato al Ministro di Grecia a Roma, Coromilas, la seguente comunicazione:

Il governo Italiano crede necessario fare al Governo Ellenico la seguente dichiarazione: Le decisioni degli Alleati circa l'Asia Minore e le affermazioni di nazionalità del popolo albanese hanno creato al Governo italiano la necessità di modificare gli scopi che si proponeva di raggiungere e di stabilire una nuova politica relativa alla salvaguardia dei suoi interessi in quelle regioni. In tali condizioni la situazione che fu presa come base dell'Intesa avvenuta il 29 luglio 1919 fra i due Ministeri degli Affari Esteri Italiano ed Ellenico, per determinare di comune accordo la linea di condotta da seguirsi alla Conferenza di Parigi, si trova sostanzialmente mutata. Giusta quindi quanto è espressamente stabilito nel punto 7 dell'intesa stessa, l'Italia riprende la sua piena libertà d'azione circa tutti i punti in essa contemplati» (Sforza a Bonin Longare, Roma, 22 luglio 1920, ibidem).

Sforza così continuava:

«Ho detto oggi Ministro di Grecia che accordo Tittoni Venizelos doveva ritenersi decaduto come ce ne dà diritto art. 7 visti i cambiamenti avvenuti in Asia Minore Albania; gli ho anzi dato lettura di un formale atto di denuncia da me già firmato ma non glielo ho consegnato perché gli ho detto che desideravo intima unione e quindi dei nuovi accordi sostituentisi al vecchio da considerare come decaduto». (ibidem)

Senza attendere la denuncia scritta, Venizelos consegnava il 25 luglio 1920 al Presidente della Conferenza della pace, Millerand, una nota con la quale contestava il diritto del Governo italiano di denunciare l'Accordo Tittoni-Venizelos e manifestava il proposito di non firmare il progetto di trattato di pace con la Turchia, così argomentando:

«Je fis remarquer au Comte Sforza qu'à mon sens on ne saurait soutenir que dans le traité turc les aspirations italiennes en Asie Mineure n'obtenaient pas satisfaction. Dans le cas même où il serait ainsi, l'accord du 29 Juillet 1919 ne deviendrait pas caduc ipso jure ; le Gouvernement Italien aurait seulement la faculté de le dénoncer. Mais cette faculté, l'Italie aurait dû l'exercer au moment où le Conseil Suprême arrêtait les conditions du traité de Paix avec la Turquie; ne l'ayant pas fait alors et ayant au contraire, par son attitude, confirmé la validité de l'accord, elle ne conservait plus aucun droit de le dénoncer ultérieurement [...]. Cela étant, il est hors de doute que le Gouvernement Italien n'a plus aucun droit de dénoncer l'accord du 29 Juillet 1919 et de se soustraire aux obligations qui en découlent. Cependant le Gouvernement Italien par une communication au Ministre de Grèce à Rome vient de proposer une nouvelle solution de la question du Dodécanèse s'écartant sérieusement des clauses de l'accord de 1919 et, de ce fait, impossible à accepter par le Gouvernement Hellénique. Le Conseil Suprême se rendra certainement compte de l'impossibilité dans laquelle se trouve la Grèce de signer le traité de paix avec la Turquie aussi longtemps qu'elle n'aura pas obtenu la signature simultanée d'un traité entre elle et l'Italie réglant la question du Dodécanèse en conformité de l'accord du 29 Juillet 1919». (Venizelos a Millerand, Parigi, 25 luglio 1920, ibidem)

Il 26 luglio 1920, Sforza così scriveva a Bonin Longare:

= Resta il fatto che noi niente abbiamo dall ' accordo per il fatto della cambiata situazione [?]. Manderò stasera l'atto di denuncia a Coromilas» (Sforza a Bonin Longare, Roma, 26 luglio 1920, h. 14.45, ibidem).

Ed infatti, lo stesso giorno, Sforza inviava a Coromilas la seguente comunicazione, datata 22 luglio 1920:

«Il Governo Italiano ritiene dover far presente al Governo ellenico che essendo mutati i criteri politici cui si inspirava l'azione dell'Italia nel perseguire le proprie aspirazioni in Asia Minore ed in Albania, la linea di condotta stabilita fra i due Ministri degli Affari Esteri il 29 luglio 1919 è venuta a perdere ogni efficacia giusta quanto è espressamente stabilito dall'art. 7 dell'accordo stesso. Infatti all'Italia, a differenza della Grecia, restano assicurati in Asia Minore soltanto vantaggi economici con esclusione di qualsiasi forma di dominio territoriale diretto o indiretto, ed in Albania non sarà realizzato il mandato previsto, giacché l'Italia, di fronte alla indubbia manifestazione della volontà del popolo albanese di reggersi con piena indipendenza, non può, ispirandosi alle sue tradizioni liberali, che dare in massima il proprio riconoscimento a quelle rivendicazioni nazionali. E poiché il carattere dell'accordo 29 luglio, come definito all'art. 8, non era altro che la determinazione di una comune linea di condotta da seguirsi dinanzi alla Conferenza di Parigi per sostenere i punti di vista dei rispettivi Governi circa alcune questioni, è chiaro che essendo mutati i punti di vista del Governo italiano e le possibilità di realizzazione, l'accordo stesso non può essere più utilmente invocato». (Sforza a Coromilas, Roma, 22 luglio 1920, ASE, Conf., 33-1)

Alla denuncia dell'Accordo Tittoni-Venizelos, Sforza allegava il testo di un nuovo accordo, di cui proponeva la conclusione, per la cessione alla Grecia delle isole del Mar Egeo, escluse Rodi, Kalki e Castellorizzo [2] . Il 6 agosto 1920, alla Camera dei Deputati, Sforza illustrava la politica estera del Governo e così ribadiva il motivo che aveva determinato la denuncia dell'Accordo con la Grecia:

DATA "la nuova situazione che i fatti e le necessità politiche avevano creata, questo accordo di cui a noi non restavano che gli oneri, era evidentemente divenuto caduco" (AP, CD, Discussioni, tornata 6 agosto 1920, pp. 4985-4986).

Frattanto avevano luogo a Parigi diverse riunioni tra l'Ambasciatore Bonin Longare, accompagnato dal Delegato italiano al Consiglio Supremo, Galli, e Venizelos, accompagnato dall'Ambasciatore greco a Parigi, Romanos, in seguito alle quali le parti raggiungevano un accordo su tutti i punti controversi. Il 10 agosto 1920 venivano firmati a Sèvres contemporaneamente tre Accordi: il Trattato di pace con la Turchia, l'Accordo tripartito anglo-franco-italiano e l'Accordo italo-greco sulla cessione delle isole alla Grecia [3] .

Vedi anche

Consiglio Supremo, IC 131, Parigi, 3 febbraio 1919, ASE, CPV, 251; Consiglio Supremo, Notes, Parigi, 13 gennaio 1920, ASE, CPV, 260; Consiglio Supremo, Notes, Londra, 20 febbraio 1920, ibidem; Consiglio Supremo, Notes, Londra, 21 febbraio 1920, ASE, CPV, 261; Consiglio Supremo, Notes, Londra, 23 marzo 1920, ASE, CPV, 262; Sforza a Montagna, Roma, 29 giugno 1920, h. 22.00, ASE, P 1919-30, 981; Contarini a Sforza, Roma, 4 luglio 1920, ASE, Conf., 33-1; Sforza a Giolitti, Spa, 7 luglio 1920, h. 20.30, ibidem; Bonin Longare a Tomasi della Torretta, Parigi, 13 luglio 1921, ASE, P 1919-30, 704.;

Note

[1] L'art. 8, par. 1, stabiliva infatti: «La réalisation de cet accord ne dépendant pas des Hautes Parties Contractantes et cet accord n'étant que la détermination d'une ligne de conduite commune à suivre vis-à-vis de la Conférence, il devra toujours demeurer secret puisqu'il n'est pas un vrai traité qui d'après les principes adoptés devrait être publié» (Martens, Nouveau Recueil Général de Traités, s. III, t. XII, p. 578).
[Torna al testo]

[2] vedi anche: 173/3 - La firma dell'Accordo tripartito;
[Torna al testo]

[3] Testi in Trattati e Convenzioni, v. XXVI, rispettivamente pp. 429-659, pp. 684-693 e pp. 705-709.
[Torna al testo]