839/3 - Lo status dei libici residenti in Egitto

In seguito alla pretesa italiana che le Autorità anglo-egiziane riconoscessero i criteri stabiliti dal R.D. 6 aprile 1913 n. 315 sulla sudditanza libica [1] , ai fini della determinazione dello status dei libici residenti in Egitto, si apriva un negoziato con la Gran Bretagna, all'epoca Potenza protettrice dell'Egitto [2] . Date le difficoltà di giungere ad un accordo, l'Agente Diplomatico italiano a Il Cairo, Negrotto Cambiaso, proponeva di sottoporre direttamente alle Autorità anglo-egiziane le esistenti liste dei libici residenti in Egitto, considerando sudditi coloniali italiani solo i nati in Libia, anche anteriormente al 5 novembre 1911, che non fossero a tale data cittadini italiani o cittadini stranieri, ed i nati in Egitto da padre suddito italiano. Tale proposta era accolta favorevolmente dal Ministro delle Colonie, Colosimo, il quale, scrivendo al Ministro degli Esteri, Sonnino, il 13 gennaio 1919 osservava che

«Di vero, tale revisione, mentre offre il modo perché, sulla base delle liste così formate, si addivenga ad un accordo colle autorità Anglo-Egiziane per il riconoscimento, per quanto indiretto, della qualità di sudditi italiani nei libici residenti in Egitto, non pregiudica affatto la questione di principio, che è da augurarsi possa a suo tempo essere risoluta con un riconoscimento largo ed esplicito del nostro decreto sulla sudditanza dei libici». (Colosimo a Sonnino, Roma, 13 gennaio 1919, ASE, P 1919-30, 1394)

Le liste contenenti i nominativi dei libici, per un totale di 253, venivano quindi compilate secondo l'interpretazione «più restrittiva possibile» del R.D. n. 315, ovvero includendo nella categoria degli «oriundi» libici i soli nati in Egitto da padre suddito libico ed escludendo, invece, gli individui stabiliti in Egitto da due o tre generazioni. Esse venivano poi comunicate, in data 12 marzo 1920, da Negrotto Cambiaso all'Alto Commissario britannico al Cairo, Allenby. Nella lettera di presentazione delle liste, Negrotto Cambiaso osservava:

«Je crois opportun d'ajouter aussi qu'étant donné la contiguité et les rapports entre la Lybie et l'Egypte et en tenant compte soit de la profession, soit de la situation personnelle des inscrits, soit, enfin, pour la plupart d'eux, de l'époque relativement récente de leur arrivée en Egypte, on doit retenir - à mon avis - que ces personnes n'ont pas quitté leur pays d'origine sine animo revertenti et que partant ils doivent être considérés jusqu'à démonstration du contraire, comme ayant gardé leur domicile en Lybie. [...] Si [...] les listes que j'ai l'honneur de communiquer à Votre Excellence n'étaient pas acceptées comme une base de discussion pour arriver à un accord, le Gouvernement Royal se trouverait dans la nécessité de considérer cette communication comme nulle et non avenue en se réservant tout son droit de réclamer, sans aucune limitation de listes, la sujétion italienne pour tous les originaires de la Lybie d'après la plus ample interprétation et application du Décret Royal du 6 avril 1913». (Negrotto Cambiaso a Allenby, Il Cairo, 12 marzo 1920, ibidem)

Il 13 luglio 1920, Allenby comunicava a Negrotto Cambiaso i principi ai quali doveva essere subordinato il riconoscimento delle liste: 1) che i libici residenti in Egitto avessero effettivamente chiesto di essere iscritti nei registri consolari italiani; 2) che fossero nati effettivamente in Libia e non avessero lasciato definitivamente il loro Paese d'origine, dovendosi accertare tramite informazioni la presenza dell' esprit de retour ; 3) che si prevedesse, per i discendenti maggiorenni all'epoca dell'annessione della Tripolitania e nati in Tripolitania, il diritto di optare per la sudditanza italiana od egiziana; 4) che si escludessero i discendenti maggiorenni alla data dell'annessione nati in Egitto; 5) che per i minorenni nati in Egitto si stabilisse il diritto di opzione per la cittadinanza egiziana, ove residenti in Egitto. Le pretese britanniche suscitavano talune perplessità del nuovo Ministro delle Colonie, Rossi, che ne faceva parte, il 30 agosto 1920, al nuovo Ministro degli Esteri, Sforza. Anzitutto, Rossi osservava che nelle trattative con il Governo anglo-egiziano sulla questione dello status dei libici residenti in Egitto occorreva tener presenti le disposizioni contenute nei Decreti 1° giugno 1919 n. 931 e 31 ottobre 1919 n. 2401 sugli Statuti fondamentali di Tripolitania e Cirenaica [3] ,

«Coi quali è stato accordato ai libici insieme agli statuti fondamentali la cittadinanza italiana, che se non costituisce la vera e propria cittadinanza metropolitana ha però di questa molti vantaggi e ad ogni modo non può essere considerata alla stregua della semplice sudditanza italiana quale era stata riconosciuta ai libici col R.D. 6 aprile 1913 n. 315. Ciò ha notevole importanza per quanto specialmente si riferisce al regime giudiziario al quale dovranno essere sottoposti i nostri libici in Egitto, poiché - a prescindere da quello che potrà venire stabilito a seguito di un'eventuale modificazione del regime politico di quello Stato - dovrà per ora sostenersi che i nostri cittadini libici, almeno per le materie che non si riferiscano allo statuto personale ed al diritto di famiglia e successorio - devono essere giudicati dai Tribunali Consolari italiani, dato che in Libia, alcuna differenza sotto tale aspetto, vi è fra di essi ed i cittadini italiani metropolitani. In quanto alle proposte che il Governo inglese ha fatto ora conoscere [?] [p]remesso che il principio sul quale non possiamo consentire transazioni di sorta, e che si fonda sul nostro decreto di sovranità sulla Libia, è che devono considerarsi nostri citttadini libici anche quelli che siano nati in Libia [?] nonché i loro figli, dovunque nati, possiamo tuttavia accettare come base di trattative il principio proposto dal Governo inglese, del diritto di opzione da esercitarsi colle modalità che il detto Governo suggerisce. [?] [T]rattasi di un diritto riconosciuto ormai in tutte le legislazioni, ai cittadini, pervenuti alla maggiore età di optare per la cittadinanza di altro stato indipendentemente dai loro autori. [?] Ciò però in cui non possiamo convenire è la condizione [?] che sia dimostrato per i libici nati in Libia e trasferitisi in Egitto, che essi non hanno definitivamente lasciato il loro paese di confine: condizione questa intesa a rimettere in vigore la sempre difficile dimostrazione dell' animus revertendi, già ormai esclusa da tutte le moderne legislazioni, che non potrà non dar luogo nella pratica a frequenti contestazioni, di dubbio esito. [?] [L'esclusione dei nati in Egitto, che fossero maggiorenni alla data dell'annessione della Libia] contrasta, in modo indubbio, colla nostra tesi e cioè che sono libici i figli di libici dovunque nati - escludendosi invece tale qualità ai figli di libici nati in Egitto. Con tale principio si verrebbe perciò a negare ogni valore al fatto della discendenza - condizione sulla quale si fonda il loro diritto ad essere considerati libici - e si sostituisce ad esso quello del luogo di nascita; venendo così a negar loro, anche la facoltà dell'opzione. Probabilmente tale concetto è sostenuto dal Governo inglese per il fatto che già tali sudditi sono stati considerati come sudditi locali; ma tale obbiezione oltreché non essere decisiva per la questione di cui trattasi, non può, a mio avviso avere alcun valore per distruggere quella che è la conseguenza di un principio che se si accetta per i casi analoghi, deve essere accettata anche per questo ». (Rossi a Sforza, Roma, 30 agosto 1920, ibidem)

In seguito, dato che il Governo britannico consentiva a riconoscere il diritto di opzione ai nati in Egitto da genitori libici, da esercitarsi entro un anno dall'approvazione dell'accordo, Rossi confermava a Sforza, il 19 gennaio 1921, di ritenersi soddisfatto, poiché

«Questo Ministero aveva specialmente su tale questione, sentito il dovere di insistere trattandosi di far salvo il principio sul quale la cittadinanza si fonda e cioè quello della discendenza al quale era stato sostituito quello del luogo di nascita, mentre non aveva avuto difficoltà a consentire nelle altre condizioni poste dall'Alto Commissario, per accettare di discutere la nostra proposta, e che si riferivano a punti di importanza secondaria». (Rossi a Sforza, Roma, 19 gennaio 1921, ASE, P 1919-30, 1396)

Il 27 gennaio 1921, il Sottosegretario agli Esteri, Di Saluzzo, autorizzava l'Agente Diplomatico italiano a Il Cairo a concludere l'accordo. Il 21 luglio 1922, Negrotto Cambiaso poteva comunicare al nuovo Sottosegretario agli Esteri, Tosti di Valminuta, il progetto di accordo inviato dal Governo egiziano [4] , il quale, pur non eliminando totalmente la condizione relativa all' animus revertendi, riconosceva che essa poteva dare luogo ad equivoci e prometteva di dar prova del «maggior spirito conciliativo» nell'esame dei singoli casi. Con telespresso del 7 dicembre 1922, il nuovo Ministro degli Esteri ad interim, Mussolini, autorizzava il Reggente la Legazione a Il Cairo, Vivaldi, a firmare l'Accordo, inviandogli i relativi pieni poteri. A causa delle dimissioni del Governo di Tewfik Nassim, i pieni poteri in questione venivano rinnovati, il 2 aprile 1923, al nuovo Ministro d'Italia a Il Cairo, Aldrovandi Marescotti. L'Accordo, firmato dunque il 14 aprile 1923, entrava poi in vigore a seguito dello scambio delle ratifiche intervenuto a Il Cairo il 30 dicembre 1923 [5] .

Vedi anche

Negrotto Cambiaso a Scialoja, Il Cairo, 14 marzo 1920, ASE, P 1919-30, 1394; Scialoja a Negrotto Cambiaso, Roma, 4 giugno 1920, ibidem; Negrotto Cambiaso a Sforza, Alessandria, 15 luglio 1920, ibidem; Negrotto Cambiaso a Sforza, Il Cairo, 22 novembre 1920, ibidem; Di Saluzzo a Negrotto Cambiaso, Roma, 27 gennaio 1921, h. 15.00, ibidem; Tosti di Valminuta a Amendola, Roma, 20 agosto 1922, ASE, P 1919-30, 1395; Aldrovandi Marescotti a Mussolini, Il Cairo, 14 aprile 1923, h. 20.20, ASE, P 1919-30, 1396;

Note

[1] Testo in Leggi e Decreti, 1913, pp. 986-988. Vedi Seconda Serie, v. II, caso n. 1870.
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[2] vedi anche: 826/3 - Lo status dei libici residenti in Egitto;
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[3] vedi anche: 1122/3 - R.D. 1° giugno 1919 n. 931, che approva le norme fondamentali per l'assetto della Tripolitania (Leggi e Decreti, 1919, pp. 1844-1862); 1125/3 - R.D.L. 31 ottobre 1919 n. 2401 che approva le norme fondamentali per l'assetto della Cirenaica (Leggi e Decreti, pp. 5705-5711);
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[4] vedi anche: 398/3 - La proclamazione dell'indipendenza dell'Egitto;
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[5] Gli artt. 1-3 dell'Accordo erano del seguente tenore: «Art. 1. Seront désormais réconnues en Egypte comme sujets italiens les personnes originaires de la Lybie (Tripolitaine et Cyrénaïque) qui, résidant en Egypte antérieurement à la date de l'annexion de la Lybie par l'Italie et ayant continué d'y résider depuis lors, remplissent les conditions suivantes: 1. Avoir été inscrites, sur leur demande, sur les registres d'un Consulat italien en Egypte; 2. Etre nées en Lybie; et 3. N'avoir pas quitté la Lybie sans esprit de retour. Art. 2. La reconnaissance d'un Lybien comme sujet italien en vertu de l'article précédent entraînera de plein droit la reconnaissance de sa femme et de ceux de ses descendants qui étaient mineurs à la date de l'annexion de la Lybie par l'Italie. Toutefois, ceux de ses descendants qui étaient mineurs à cette dernière date et qui sont nés en Egypte auront, s'ils continuent à résider dans ce pays, le droit d'opter pour la nationalité égyptienne dans un délai d'un an à partir de leur majorité ou, s'ils sont actuellement devenus majeurs, à partir de la signature du présent Accord. Art. 3. Ceux des descendants des Lybiens reconnus sujets italiens en vertu du premier article du présent Accord, qui étaient majeurs à la date de l'annexion de la Lybie et qui sont nés en Egypte auront le droit, dans un délai d'un an à partir de la signature du présent Accord, d'opter pour la nationalité italienne; mais dans le cas où ils n'useraient pas de ce droit, leurs propres descendants ne pourront en réclamer le bénéfice» (Trattati e Convenzioni, v. XXIX, pp. 295-296).
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