854/3 - I fiumani per elezione

In applicazione dell'art. 9 della L. 13 giugno 1912 n. 555 sulla cittadinanza [1] , il Governo italiano non consentiva il riacquisto della cittadinanza italiana a coloro che l'avessero perduta al solo scopo di conseguire all'estero il divorzio, che, all'epoca, non era contemplato dalla legislazione italiana. In tale categoria rientravano i cittadini italiani che avevano acquistato la cittadinanza fiumana, perdendo quella italiana, allo scopo di divorziare. Con parere del 9 maggio 1923, il Consiglio di Stato stabiliva che gli impiegati governativi che si trovavano nella predetta condizione perdessero altresì il diritto all'impiego. Con l'annessione di Fiume all'Italia, sancita dal Trattato con il Regno serbo-croato-sloveno firmato a Roma il 27 gennaio 1924 [2] , si poneva il problema se le persone divenute fiumane al solo scopo di conseguire il divorzio potessero ottenere la cittadinanza italiana al pari dei fiumani che si trovavano nelle condizioni stabilite dalla legge. Interpellato in proposito, il Consiglio del Contenzioso Diplomatico osservava, nel Parere del 17 gennaio 1924:

«L'annessione di un territorio straniero ha per effetto il cambiamento di nazionalità di coloro che appartengono al territorio annesso, per modo che essi acquistano la cittadinanza dello Stato, a cui favore l'annessione è avvenuta ipso jure e indipendentemente dalla loro volontà (salvo il caso del diritto d'opzione, che non sembra applicabile alla fattispecie in esame). Non pare possibile far distinzioni in proposito tra l'uno e l'altro cittadino del territorio annesso, né risulta che vi siano precedenti nel senso che lo Stato che allarga il suo territorio estendendolo a terre già soggette ad altro Stato, abbia mai esercitato una scelta tra i nuovi cittadini, prendendo, ad esempio, i buoni e lasciando i cattivi. Nel caso in esame, coloro che perdettero la cittadinanza italiana per aver acquistata quella di Fiume, allo scopo di ottenere il divorzio o per altro illecito scopo, ai quali fu poi inibito, ai sensi dell'art. 9 della Legge 13 giugno 1912, il riacquisto della cittadinanza italiana, sono rimasti cittadini fiumani, e come tali, seguiranno la sorte di tutti gli altri cittadini fiumani. In linea di principio nulla vieterebbe che, con il consenso dell'altro Stato contraente, si stipulasse nel trattato di annessione, una clausola, in virtù della quale continuasse per costoro l'effetto del decreto d'inibizione; ma in tal caso quale sarebbe la loro posizione giuridica? Perduta senza possibilità di riacquisto la cittadinanza italiana; perduta anche quella fiumana; più non esistendo, per effetto dell'annessione, lo Stato di Fiume, essi rimarrebbero senza patria; e ciò non sarebbe bene, perché ogni uomo ha diritto, come anche il dovere, di avere una patria. Né può pensarsi che ad essi rimarrebbe la cittadinanza jugoslava, perché tale cittadinanza attualmente non hanno, e neanche per essi può disporsi nel trattato l'acquisto di questa cittadinanza, perché pur prescindendo dalle difficoltà che potrebbe opporre la Jugoslavia, non sarebbe conforme a giudizio l'imporre ad un uomo di diventare, contro la sua volontà, cittadino di un altro Stato; ciò è ammissibile solo quando l'acquisto della nuova cittadinanza sia l'effetto necessario di un altro fatto, ad esempio dell'annessione. Devesi inoltre considerare che non a tutti gli ex cittadini italiani diventati cittadini fiumani, è stato inibito il riacquisto della cittadinanza italiana, ma soltanto a quelli che erano in via (come si dice nei decreti d'inibizione) di riacquistare la cittadinanza italiana, ciò per aver rinunziato alla cittadinanza fiumana, o per aver ristabilito la residenza in Italia, a norma dei n. 2 e 3 del citato art. 9; a costoro fu giustamente inibito il riacquisto della cittadinanza italiana per punirli dell'atto di ribellione, contro le leggi della propria patria, ma non sarebbe certamente giusto che ora essi fossero trattati peggio di coloro che nulla fecero per riacquistare la cittadinanza italiana, essi che pure avevano in certo modo dimostrato di aver desiderio di ritornare nel grembo della loro vera Patria. Si dirà che bisogna comprendere tutti nella clausola contenente il divieto, ma come si potrà fare la distinzione, pur necessaria, tra coloro che cambiarono cittadinanza per frodare la legge del proprio paese o per altro illecito motivo, e coloro che la cambiarono per un fine lecito? Oggidì la questione si esamina caso per caso, e per ciascun individuo si emette uno speciale decreto di inibizione, sentito il Consiglio di Stato; ma non pare che sarebbe facilmente attuabile il provvedere, nel trattato di annessione, a tutti i possibili casi diversi. In conclusione, per quanto sia doloroso che da un avvenimento che riempie di gioia l'animo di ogni buon italiano, traggano vantaggio quei cattivi cittadini che non esitarono ad abbandonare la propria Patria per sottrarsi all'impero delle sue leggi di ordine pubblico, pur tuttavia è giuocoforza riconoscere che non si può prendere nessun provvedimento per evitarlo. P.Q.M. Il Consiglio è di parere che, anche coloro che acquistarono la cittadinanza fiumana, ai quali fu inibito il riacquisto della cittadinanza italiana, debbano seguire la sorte degli altri cittadini fiumani che, annettendosi Fiume all'Italia, diventeranno ipso jure italiani». (Parere del Consiglio del Contenzioso Diplomatico, Roma, 17 gennaio 1924, ASE, Cont., 28)

Il 24 maggio 1924, il Consiglio dei Ministri esaminava la questione della riassunzione nell'impiego dei funzionari dichiarati dimissionari per aver conseguito la cittadinanza fiumana allo scopo di ottenere il divorzio. Il Presidente del Consiglio, Mussolini, informava al riguardo che

«Tenuto conto che in seguito all'annessione di Fiume al Regno, l'acquisto della cittadinanza italiana deve ritenersi verificata di pieno diritto tanto nei riguardi dei fiumani d'origine, quanto per quelli di elezione, il Consiglio dei Ministri ha adottato il principio di massima che i suindicati impiegati, dichiarati dimissionari esclusivamente per aver perduta la cittadinanza italiana in seguito all'acquisto di quella di Fiume siano da riammettere senz'altro in servizio». (Mussolini ai Ministri, Roma, 31 maggio 1924, ACS, Pres. Cons. Min., 1924, 743)

Vedi anche

Giannini a Arlotta, Roma, 4 maggio 1926, ASE, Cont., 26.;

Note

[1] Testo in Leggi e Decreti, 1912, p. 1490 segg. Vedi Seconda Serie, v. II, caso n. 1821.
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[2] vedi anche: 1052/3 - Le rivendicazioni territoriali dell'Italia;
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