1063/3 - La schiavitù nelle colonie italiane

A partire dal 1922, il Consiglio e l'Assemblea della Società delle Nazioni invitavano ripetutamente gli Stati membri, in applicazione dell'art. 23 del Patto [1] , a fornire informazioni circa l'esistenza della schiavitù nei territori soggetti alla loro amministrazione.Il 27 settembre 1924, il Capo di Gabinetto del Ministro degli Esteri, Lojacono, in risposta ad una di tali richieste, trasmetteva al Segretario Generale della Società delle Nazioni, Drummond, i rapporti redatti, sull'argomento, dai Governatori dell'Eritrea, Gasparini, e della Somalia, De Vecchi. In relazione all'azione svolta dal Governo italiano per reprimere la schiavitù nella colonia dell'Eritrea, Gasparini si esprimeva nei seguenti termini:

«Misure adottate dal Governo italiano: L'effettiva occupazione di Assab e di Massaua segnò l'inizio di un'intensa azione antischiavista sulla costa Eritrea e nel mar Rosso. La vigilanza della autorità fu specialmente rivolta alle provenienze dell'interno, ai punti di imbarco sulla costa, al traffico dei velieri indigeni ed alla polizia sul Mare. Tutte queste misure, attuate efficacemente in pratica, avevano base legale nelle disposizioni sancite dalle leggi italiane allora vigenti. Base imperfetta, però, in quanto che di dette leggi il codice penale - che era allora quello degli antichi Stati Sardi e rimontava al 1859 - non contemplava, né lo avrebbe potuto, il fatto vero e proprio dello schiavismo, ma soltanto l'arresto, la detenzione o il sequestro arbitrario di persona (art. 199) e la grassazione (art. 200) e le relative sanzioni penali venivano applicate per analogia alle diverse estrinsecazioni del fatto di schiavismo. Ed il codice per la Marina mercantile - che rimonta al 1877 e che fu applicato con gli altri codici sin dall'inizio dell'occupazione italiana - contempla bensì il reato della tratta di schiavi, ma soltanto in quanto fatto su nave di bandiera nazionale (art. 335 a 345), ma non fa parola né della tratta eseguita in acque italiane con bandiera estera, né del traffico degli schiavi per via di terra [2] . A rimediare a queste lacune intervenne la Dichiarazione di accessione, 21 dicembre 1885, dell'Italia alla convenzione anglo-egiziana del 4 agosto 1877 [...] ed il Reale Decreto 11 febbraio 1886 che dava piena ed intera esecuzione alla Dichiarazione stessa. L'art. 2 di detta convenzione, stabilendo che chiunque sul suolo egiziano e sue dipendenze si dedicasse direttamente o indirettamente al commercio degli schiavi doveva considerarsi siccome reo di grassazione (vol avec meurtre), disposizione già in vigore sulla costa di Massaua sottoposta alla dominazione egiziana, diede modo ai Tribunali italiani di colpire direttamente lo schiavismo nelle sue varie manifestazioni. Restava escluso, per altro, il territorio di Assab perché, non avendo mai fatto parte del dominio egiziano, su di esso non poteva aver vigore la citata convenzione anglo-egiziana del 1877. Ma anche a questa lacuna fu rimediato con la emanazione del decreto reale 13 maggio 1886 col quale, in sostanza, estendevasi al territorio di Assab l'applicazione dell'art. 2 della convenzione anglo-egiziana del 1877 [3] . Successivamente fu stipulata col Sultano di Aussa, Mohamed Aufari, la convenzione 7 luglio 1887 con la quale il Sultano assumeva di fronte all'Italia l'impegno dell'abolizione del commercio degli schiavi nel suo territorio, contro un compenso in denaro da parte dell'Italia. Questa convenzione avrebbe potuto arrecare considerevolissimo vantaggio con la effettiva soppressione del traffico degli schiavi, essendo stato sempre l'Aussa, per la sua posizione tra l'interno etiopico e la costa marittima, un territorio di transito delle carovane di schiavi dirette alla costa. Disgraziatamente, l'Italia non potè esercitare il suo controllo sulla esecuzione di quella convenzione che per qualche anno: successivamente, al seguito di rivolgimenti politici, l'Aussa cadde sotto il dominio dell'Etiopia e l'azione iniziata dall'Italia in pro' della civiltà, venne per quei territori, oltre il confine della sua Colonia, completamente annullata. Né all'Aussa erasi limitata l'azione civilizzatrice dell'Italia in pro' dell'abolizione della schiavitù, che anche con l'Etiopia e precisamente nel trattato di Uccialli del 2 maggio 1889, erasi inserito all'art. XIV l'impegno da parte del sovrano etiopico di impedire la tratta nei suoi Stati [4] . Ma anche questo impegno cadde in conseguenza degli avvenimenti politici che ne seguirono. Le disposizioni legislative e le convenzioni internazionali vedute sino ad ora, se potevano raggiungere lo scopo della soppressione della schiavitù e del relativo traffico a terra, meno bene rispondevano sul mare dove i bastimenti, protetti dalla rispettiva bandiera, non potevano essere oggetto di indagini da parte di navi di altri Stati. A colmare questa grave deficienza dell'azione antischiavista, intervenne dapprima la convenzione italo britannica del 14 settembre 1889 [5] resa esecutiva da parte italiana con Regio Decreto del 9 gennaio 1890. Con tale convenzione veniva, tra l'Italia e l'Inghilterra, stabilito il principio, già in vigore tra Inghilterra ed Egitto in virtù della già citata convenzione del 1877, della reciproca facoltà di visita da parte delle navi da guerra dell'una parte alle navi mercantili dell'altra sospette di esercitare il traffico degli schiavi. Questo principio, la cui capitale importanza nei riguardi della polizia marittima contro il traffico degli schiavi, è evidente, fu subito dopo solennemente affermato ed esteso dall'atto generale di Bruxelles del 2 luglio 1890 [6] , al quale sottoscrissero tutti gli Stati civili, salvo qualche riserva fatta dalla Francia appunto a riguardo del detto principio, e che formò oggetto di trattative ulteriori. L'Italia che quell'azione aveva energicamente e tenacemente perseguita sin dai primordi della sua dominazione nel litorale Eritreo, si affrettò a dare esecuzione alle prescrizioni dell'atto di Bruxelles, ciò che fu fatto con la emanazione della legge 19 luglio 1892 che disponeva appunto l'esecuzione piena ed intera dell'atto [7] , e con le disposizioni interne fra le quali, notevole, il Regolamento per la navigazione dei bastimenti indigeni emanate con Decreto Governatoriale del 16 aprile 1893 e le Istruzioni alle Regie Navi per la repressione della tratta emanate dal Ministero della Marina nel 1894 [8] , rifatte poi nel 1908 in relazione all'accordo intervenuto il 13 dicembre 1906 tra Italia, Francia ed Inghilterra, per il contrabbando delle armi e delle munizioni nel Mar Rosso, nel Golfo Persico e nell'Oceano Indiano, accordo col quale veniva ammesso anche da parte della Francia il principio della visita ai velieri indigeni, limitatamente però alle acque territoriali delle tre potenze firmatarie [9] . L'azione antischiavista perseguita tenacemente dalle Autorità della Colonia già prima dell'atto generale di Bruxelles, era riuscita a sradicare sostanzialmente la schiavitù dal territorio della Colonia, nel quale, come in tutta l'Africa orientale, era da secoli nelle costumanze locali, ed a impedire altresì attraverso il suo territorio il transito degli schiavi che prima percorreva liberamente le vie dall'interno al Mare. L'ultimo atto di tratta di cui vi è ricordo fu al principio del 1893 e potè essere arrestato a Beilul nelle cui acque il 3 febbraio di quell'anno fu catturato un sambuco in cui si erano imbarcati 40 schiavi che provenivano dall'Aussa. Il Sultano dell'Aussa che in quel tempo era ancora legato a noi dal suaccennato accordo fu richiamato all'osservanza degli impegni assunti a riguardo della schiavitù ed il 2 agosto ad Assab in una solenne adunanza dei capi dancali fu da tutti preso impegno giurato di vigilare contro la tratta e può affermarsi che questo impegno fu poi lealmente osservato. L'azione antischiavista nella Colonia proseguì naturalmente dopo che l'atto di Bruxelles entrò in vigore, ma ormai di schiavi in Eritrea non se ne avevano più. Gli ultimi schiavi, proprî del territorio della Colonia, tre in tutto, un maschio e due femmine, furono liberati nel 1908 e da allora non si ha più traccia di schiavitù nella Colonia, mentre continuano tuttora le liberazioni di schiavi che dall'immediato oltre confine vengono in Eritrea per ottenervi la libertà. Le condizioni attuali dell'Eritrea rispetto alla schiavitù: L'ordinamento delle popolazioni suddivise, le mussulmane in tribù e frazioni, le cristiane in distretti e villaggi, sotto capi responsabili; il livello morale raggiunto dalle popolazioni stesse, ed in particolare quello economico; l'accurato servizio di informazioni e di sorveglianza; i posti armati dislocati tanto sul confine che all'interno su tutte le vie; i posti doganali sul mare; la sorveglianza ed il controllo esercitati sui velieri indigeni, e le crociere delle Regie Navi nel Mar Rosso, costituiscono nell'insieme un sistema tale che dà la più assoluta sicurezza che neppure uno schiavo potrebbe passare inosservato attraverso il territorio della Colonia Eritrea e raggiungere la costa marittima. Né l'azione antischiavista che si esercita nella Colonia si limita al suo territorio, chè benefica riesce altresì rispetto alle regioni dell'oltre confine etiopico, dove per condizioni economiche e sociali e per costumanze secolari, la schiavitù sussiste tuttavia. Come si è già avuto occasione di accennare in queste note, non è infrequente che schiavi viventi in quelle regioni o portati colà, riescano a fuggire ed a portarsi nella Colonia dove sono senz'altro liberi non appena tocchino il confine e trovano subito assistenza o collocamento nelle molteplici forme di lavoro che sono nella Colonia». (Gasparini a Mussolini, s.l., s.d., all. a Lojacono a Drummond, Roma, 27 settembre 1924, ASdN, Ginevra, 1-30682X-23252)

De Vecchi, a sua volta, riassumeva nei seguenti termini l'opera del Governo italiano, che aveva condotto alla scomparsa della schiavitù in Somalia:

«Il Sultano di Zanzibar, Bargasc ben Said, che aveva il dominio sulle stazioni marittime della costa del Benadir, fin dal 25 gennaio 1876, aveva, con suo rescritto, ordinata l'abolizione della tratta degli schiavi "attraverso i nostri territori del Benadir e del distretto di Chisimaio" analogamente a quanto erasi impegnato di fare pei suoi domini di Zanzibar e Pemba e per l'Arabia nel trattato concluso con la Gran Bretagna il 5 giugno 1873 [10] . In data 8 novembre 1886, il Sultano di Zanzibar aderiva all'Atto Generale di Berlino e partecipava all'Atto Generale della Conferenza di Bruxelles del 2 luglio 1890, le disposizioni dei quali dovevano perciò intendersi applicabili anche ai possedimenti del Sultano sulla costa del Benadir. Nella convenzione, infatti, del 12 agosto 1892 con la quale il Sultano di Zanzibar dava in concessione all'Italia gli scali marittimi del Benadir (Brava, Merca e Mogadiscio con il territorio circostante per 10 miglia e Uarsciek con 5 miglia) dietro pagamento di un annuo canone, è sanzionato esplicitamente all'articolo primo l'impegno da parte del Regio Governo di rispettare "gli obblighi imposti o che potessero essere imposti" dall'adesione del Governo Zanzibarese ai due atti generali di Berlino e Bruxelles [11] . Con dichiarazione 17 ottobre 1898 il Regio Commissario e Console Generale Britannico a Zanzibar proclamava efficace la convenzione 13 settembre 1889 che accordava libertà a tutte le persone nate nei domini zanzibaresi dopo il 1° gennaio 1890. Durante il periodo di amministrazione della Società Anonima Commerciale Italiana del Benadir (1° maggio 1898-15 marzo 1905) furono emanate varie disposizioni riguardanti la soppressione della schiavitù. [...] L'ordinanza Governatoriale 2 marzo 1903 proibiva il commercio e la tratta degli schiavi e stabiliva norme per la liberazione e il riscatto, ammettendo soltanto che detti schiavi formassero oggetto di successione ereditaria a favore dei figli delle mogli "libere". Con ordinanza Governatoriale 20 aprile 1903, emanata in seguito a ordine del Regio Console Generale d'Italia in Zanzibar, furono costituiti a Mogadiscio, Merca, Brava, Giumbo, Bardera e Lugh tribunali speciali composti del Residente che lo presiedeva, del graduato arabo più anziano, del Cadi e di due notabili in qualità di membri. Ai tribunali speciali erano demandate tutte le questioni relative alla schiavitù che dovevano risolversi a norma dei decreti e delle ordinanze emanate dal Sultano di Zanzibar per l'applicazione dell'Atto Generale di Bruxelles. Il voto del Residente era preponderante. In data 13 aprile 1904 il Regio Console Generale d'Italia a Zanzibar, che aveva la vigilanza sul Governo del Benadir, allora affidato alla Società, e il Governatore stesso della costa del Benadir emanavano tre ordinanze; la prima, applicabile ai "soli abitanti delle città di Brava, Merca, Mogadiscio e Uarsciek", richiamava il già citato rescritto 15 gennaio 1876 del Sultano di Zanzibar e stabiliva l'abolizione completa della schiavitù. La seconda ordinanza, riguardante "coloro che abitano fuori delle città di Mogadiscio, Merca, Brava e Uarsciek", aboliva la tratta e comunque il commercio degli schiavi, dichiarava liberi gli schiavi in allora posseduti, mantenendoli nello stato di servitù domestica, e liberava assolutamente i nati dagli schiavi o dai servi domestici posteriormente il 18 marzo 1904. La stessa ordinanza, applicabile sia a coloro che abitano nelle quattro città, sia a coloro che ne abitano fuori, stabiliva le norme per l'affrancazione e il riscatto dei "servi domestici" con ogni larghezza, regolava il lavoro e il trattamento dei servi stessi da parte dei loro padroni, chiamandoli a partecipare quasi alla vita famigliare di questi e consentendo ai servi la facoltà di lavorare tre giorni della settimana per loro conto. La decisione delle controversie insorgenti fra servi e padroni era deferita in prima istanza al Cadi, in appello ai tribunali speciali costituiti a Mogadiscio, Merca, Brava e presieduti da un funzionario italiano, e in ultima istanza, al Governatore. I ricorsi da parte di padroni per fuga dei loro servi dovevano prodursi innanzi al tribunale italiano. Notevoli, infine, le disposizioni che imponevano ai servi affrancati di eleggere un domicilio e darsi a stabile lavoro, lasciando al Governo di internarli nei villaggi di servi affrancati e concedere loro gratuitamente le terre da coltivare. Con ordinanza governatoriale 16 aprile 1904 veniva istituita, coi proventi delle ammende, delle multe e di tutte le pene pecuniarie nonché con oblazioni comunque raccolte, una "Cassa per l'affrancazione dei servi domestici". Coi fondi di essa, ripartiti fra le varie stazioni mensilmente, sarebbesi dovuto provvedere a dare impulso alle affrancazioni. In seguito alla rescissione della convenzione con la Società Anonima Commerciale del Benadir, la Colonia passava, in data 15 marzo 1905, nella gestione diretta dal Regio Governo. Il Regio Commissario Civile, emanava, in data 17 luglio 1907, il decreto n. 177 riguardante i villaggi di servi. Per ciascuno di detti villaggi venivano nominati due capi uno scelto tra i padroni e l'altro fra i servi che avevano incarico di invigilare sul trattamento fatto ai servi e sul lavoro da questi compiuto. I Capi così scelti avrebbero dovuto tentare la composizione amichevole delle questioni, rimettendo, in caso d'insuccesso, le parti al Residente per un secondo tentativo di conciliazione; dopo di che le questioni stesse erano rinviate dinanzi a tribunali speciali costituiti in ogni villaggio, presieduti dal residente e composti dal primo Cadi e di due notabili del luogo. Era, infine, raccomandato ai Residenti di curare la compilazione di un regolamento in cui fossero precisati i doveri e i diritti dei padroni e dei servi. Ad esso avrebbero dovuto attenersi i tribunali speciali nel decidere le controversie [...]. Nessuna nuova disposizione è ormai più necessaria per combattere la schiavitù che in fatto è scomparsa, basta integrare quelle già prese e vigilare continuamente a sradicare con esemplari sanzioni punitive quei casi sporadici che in un territorio vasto come la Somalia potessero eventualmente riscontrarsi». (De Vecchi a Mussolini, Mogadiscio, 4 agosto 1924, all. a Lojacono a Drummond, Roma, 27 settembre 1924, ibidem)

Vedi anche

Drummond a Mussolini, Ginevra, 3 ottobre 1924, ASdN, Ginevra, 1/30682X/23252; Drummond a Mussolini, Ginevra, 16 ottobre 1924, ibidem; Question de l'esclavage, S.d.N., J.O., 1924, pp. 332-333; Capo Servizio della Direzione della Sezione dei mandati alla Società delle Nazioni a Roncagli, Ginevra, 23 gennaio 1925, ASdN, Ginevra, 1/30682X/23252.;

Note

[1] L'articolo citato così disponeva: «Sous la réserve, et en conformité des dispositions des conventions internationales actuellement existantes ou qui seront ultérieurement conclues, les Membres de la Société: [...] b) s'engagent à assurer le traitement équitable des populations indigènes dans les territoires soumis à leur administration» (Trattati e Convenzioni, v. XXIV, pp. 97-98).
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[2] Vedi Prima Serie, v. II, caso n. 924.
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[3] I testi della Convenzione anglo-egiziana, della Dichiarazione di accessione dell'Italia e dei due Decreti di esecuzione citati sono in Trattati e Convenzioni, v. X, p. 734 segg.
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[4] Ibidem, v. XII, p. 80.
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[5] Ibidem, pp. 110-115.
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[6] Ibidem, pp. 308-347.
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[7] Testo in Leggi e Decreti, 1892, pp. 2566-2567.
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[8] Vedi Seconda Serie, v. III, caso n. 2395.
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[9] Il testo di tale Accordo si trova in Trattati e Convenzioni, v. XIII, pp. 927-929.
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[10] Testo in Martens, Nouveau Recueil Général de Traités, t. XX, pp. 520-522.
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[11] Per il testo della Convenzione tra Italia e Zanzibar, vedi Trattati e Convenzioni, v. XIII, pp. 145-152.
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