926/3 - Il caso Piperno

Il 27 luglio 1924, le Autorità afghane arrestavano l'ingegnere italiano Dario Piperno, per aver ucciso un gendarme, tale Mohamed Yasin, che vo­leva forzarlo a presentarsi al posto di polizia [1] . L'Italia non poteva op­porsi a che il Piperno fosse sottoposto alla giurisdizione dei tribunali locali, dato che non esisteva in Afghanistan il regime delle capitolazioni. Egli veniva quindi condannato a morte, in prima ed in seconda istanza. Per evi­tare l'esecuzione, il Governo italiano decideva di pagare il cosiddetto prezzo del sangue, previsto dal diritto consuetudinario musulmano, se­condo il quale, in caso di omicidio, spettava alla famiglia dell'ucciso perdo­nare l'uccisore in cambio di un'indennità. Il perdono dei familiari era una condizione indispensabile perché il Governo dell'Emiro regnante, Amanullah Khan, potesse concedere la grazia. Il 1° agosto 1924, il Ministro degli Esteri, Mussolini, inviava in tal senso istruzioni al Ministro d'Italia a Kabul, Cavicchioni:

«PregoLa continuare ad agire in tutti i modi per evitare irreparabile sia trattando con codesto Governo sia trattando con eredi ucciso per inden­nizzo. Agisca presso questo Ministro Afghano affinché immediatamente prevenga suo governo della gravissima situazione che si creerebbe fra i due Paesi in caso di avventate decisioni estreme, che legittimerebbero violenta rea­zione di uno Stato che non può ammettere condanna proprio suddito a pena capitale senza rispetto forme giudiziarie dei paesi civili». (Mussolini a Cavic­chioni, Roma, 1° agosto 1924, h. 15.30, ASE, P 1919-30, 677)

Il 28 dicembre, l'Incaricato d'Affari italiano a Kabul, Toni, scriveva a Mussolini di aver protestato energicamente presso il Governo afghano con­tro la procedura del giudizio cui Piperno era stato sottoposto e precisava:

«Mi appoggiavo sui seguenti argomenti: che l'accusato doveva assolu­tamente avere un difensore da lui prescelto; che la sentenza non poteva es­sere pronunciata soltanto dietro dichiarazioni unilaterali o deposizioni scritte, ma in seguito ad un dibattimento con testimoni tanto Afgani che Ita­liani aderenti alla Corte: che occorreva all'accusato un interprete di fiducia; che le sedute dovevano essere pubbliche.[?] Le disposizioni in materia giudiziaria, attualmente vigenti nell'Emirato dell'Afganistan sono molto complicate ed abbastanza oscure. La base legislativa di esse è il "Tamazuk al Godaàd al Amanejà", regola­mento cui debbono strettamente attenersi i giudici religiosi dell'Emiro Amanùllah». . L'Emiro consentiva che avve­nisse la cerimonia del perdono, con il pagamento della somma di 130.000 lire ai parenti dell'ucciso da parte della Legazione d'Italia; ma, mentre il Governo italiano trattava per il rimpatrio immediato del Piperno, questi evadeva dal carcere di Kabul, tentando di oltrepassare la fron­tiera afghano-russa nel Turkestan. All'ultimo momento, tuttavia, cambiava idea e, consegnatosi alla polizia afghana, veniva nuova­mente rinchiuso nelle carceri di Kabul. Qui, il 30 maggio 1925, improvvisa­mente e senza dare alcun preavviso alla Legazione d'Italia, le Autorità af­ghane lo giustiziavano. Nel suo rapporto a Mussolini del 31 maggio 1925, Cavicchioni svolgeva le seguenti osservazioni circa l'avvenimento: (Toni a Mussolini, Kabul, 28 di­cembre 1924, ibidem)

«Il caso Piperno si può riassumere in tre punti principali: 1. Piperno ha ucciso un gendarme mussulmano, offendendo così la re­ligione, la Società e il corpo di polizia. 2. E' stato pagato il prezzo del sangue, e sono in tal modo stati soddi­sfatti i dettami della legge religiosa, la sola che conti in Afghanistan. 3. Piperno è stato giustiziato dall'Autorità civile afghana in modo bar­baro e contrariamente ad ogni assicurazione e ad ogni aspettativa. Il primo punto è incontestabile. Ne segue un processo senza difesa, senza interpreti e senza che si permetta di chiamare testimoni che non siano mussulmani, sulla base di una legge che una mente civile non può comprendere applicata ad un cittadino, sia pure colpevole, di una nazione civile. Ne risulta una condanna a morte: cioè la facoltà alla famiglia dell'ucciso di prendere una vendetta che vada fino alla morte. L'Emiro fa consegnare il Piperno alla famiglia che ne possa disporre come vuole. Gli eredi invece di farne vendetta perdonano. Perché il perdono avvenisse vi è stato senza alcun dubbio il consiglio dell'Emiro. Questo mi è stato affermato dallo stesso Ministro degli Affari Esteri. Se l'Emiro avesse detto diversa­mente, o avesse anche soltanto taciuto, la vendetta sarebbe stata compiuta barbaramente: troppe erano le pressioni perché questo avvenisse. Dettaglio importante di questo fu il pagamento del prezzo del sangue, ammesso dal Corano. Se non fosse stata compiuta la cerimonia in questo modo, il fanati­smo non sarebbe stato placato, e si sarebbe avuto, come ho detto in rapporti precedenti, un continuo pericolo per tutti gli europei. Il pagamento del prezzo del sangue fu perciò necessario non solo per il Piperno, ma anche e maggiormente nei riguardi di tutta la comunità europea. [...] Esistono qui due leggi se si possono chiamare così: una religiosa ed una civile. La prima contempla la vendetta o pena del taglione che si può in certi casi evitare col pagamento del prezzo del sangue. La seconda, accozza­glia stravagante e discorde di principi, che comporta un periodo di deten­zione. Ora mi si dice che vi sono degli articoli sussidiari per i quali è commi­nata anche la pena di morte. Per questo ho chiesto una copia vidimata della Legge penale. Ho osservato una volta al Ministro degli Esteri che la legge religiosa appare quindi superiore a quella civile: cioè che se gli eredi dell'ucciso non perdonano ed ammazzano l'uccisore, la legge civile verrebbe a perdere ogni sua forza ed ogni suo effetto. Che così i veri punitori sono gli eredi e non la Società o lo Stato: e che questa doppia pena e questa doppia condanna, specialmente quando la prima ha carattere così grave, ripugna ad ogni mente umana. Mi è stato risposto che effettivamente la legge religiosa è la più forte. Ma che soddisfatta questa, quando è possibile, prende forza la seconda. Che la prima riguarda i diritti della famiglia e la seconda quelli della Società. Che esistano qui delle leggi, anche appositamente create, per cui venga inflitta la morte per la morte, si potrebbe anche doverlo subire. Ma in questo disgraziato caso quello che offende ogni sentimento umano e civile è la crudele e spietata condotta di questa gente e precisamente che si sia fatto un processo senza alcuna delle garanzie che anche un colpevole deve avere, e che si sia effettuata improvvisamente una esecuzione capitale senza dare il tempo di ricorrere in grazia e senza dar modo di esprimere le ultime volontà. Se il secondo punto per quanto riguarda la grazia sarebbe forse stato inutile in questo caso, e nella seconda parte risponde soltanto a sentimenti, il primo punto invece, quello che riflette il processo, cozza contro ogni concezione degli stessi diritti dell'uomo». (Cavicchioni a Mussolini, Kabul, 31 maggio 1925, ibidem)

Con Nota Verbale inviata il 12 giugno 1925, al Ministro di Afghanistan a Roma, Azimullah Khan, Mussolini così riassumeva il punto di vista del Governo italiano:

«Il Regio Governo ha sempre ritenuto che la vita e la libertà dell'Ingegner Piperno, dopo il pagamento del prezzo del sangue per l'uccisione del soldato e dopo la cerimonia del perdono fossero garantite dalla stessa legge af­gana ed in ogni caso dalla lealtà del Governo dell'Afganistan che aveva iniziato col Governo Italiano una trattativa improntata, almeno da parte ita­liana, alla massima buona fede. Il Governo Italiano considera perciò l'improvvisa e crudele determina­zione del governo afgano come un'inconcepibile violazione di ogni principio di convivenza civile e di ogni norma internazionale: esso non può nascondere lo sdegno risentito nell'apprendere l'irreparabile atto commesso e sente che l'opinione pubblica nazionale - ancora ignara della grave offesa recata al nome italiano - non potrà che deprecare con eguale avversione l'inconcepibile e barbaro avvenimento». (Nota Verbale consegnata da Mussolini a Azimullah Khan, Roma, 12 giugno 1925, ibidem)

Con telegramma del 15 giugno 1925, Cavicchioni comunicava a Mussolini di aver pre­sentato al Ministro degli Esteri afghano, Ala Mahmud Bek Khan, una Nota Verbale di protesta, nella quale si affermava che l'esecuzione del Piperno

«Ha costituito una grave irreparabile offesa a tutti i più comuni e più sacri principi legali umani e civili ed una violazione profonda del diritto delle genti». (Cavicchioni a Mussolini, Kabul, 15 giugno 1925, h. 17.00, ibidem)

Il Ministro degli Esteri afghano aveva risposto respin­gendo

«Espressione che sia stata violata legge umanità civile ed il diritto internazionale. La esecuzione di un omicida è legge comune nel mondo intero e non si ritiene che il Regio Governo vorrà creare per un fatto evidente una si­tuazione che sia causa di gravissime difficoltà reciproche nelle amichevolis­sime relazioni». (ibi­dem)

La controversia si chiudeva nell'agosto 1925, con l'accettazione da parte del Governo afghano delle riparazioni chieste dall'Italia. Cavicchioni informava Mussolini di aver ri­cevuto da quel Governo afghano le scuse ufficiali, la comunicazione della destituzione del Comandante della Polizia, Mamur Sahab, ed il paga­mento di seimila sterline contanti in oro. Rispondendogli lo stesso giorno, Mussolini approvava la definitiva composizione della vertenza e rilevava che

«Con questa attitudine il Governo afgano guidato dalla illuminata sag­gezza di S.M. l'Emiro ha nel miglior modo dimostrato la sua ferma volontà di riprendere e mantenere col nostro Paese le migliori relazioni. Dal canto no­stro confidiamo che tali relazioni si consolidino e si sviluppino nel reciproco interesse». (Mussolini a Cavicchioni, Roma, 18 agosto 1925, h. 14.15, ibidem)

Vedi anche

Mussolini a Tomasi della Torretta, s.d., ASE, R Londra, 597; Nota Verbale presentata da Tomasi della Torretta a Chamberlain, Londra, 15 giugno 1925, ibidem; Tomasi della Torretta a Mussolini, Londra, 15 giugno 1925, s.h., ibidem; Tomasi della Torretta a Mussolini, Londra, 27 giugno 1925, ibidem; Mussolini a Cavicchioni, Roma, 30 luglio 1925, h.20.00, ASE, P 1919-30, 667; Mussolini a Tomasi della Torretta, Roma, 12 agosto 1925, h. 0.30, ASE, R Londra, 597; Tomasi della Torretta a Mussolini, Londra, 13 agosto 1925, s.h., ibidem; Mussolini a Tomasi della Torretta, Roma, 18 agosto 1925, h. 22.30, ibidem.;

Note

[1] vedi anche: 1433/3 - Il caso Piperno; 1447/3 - Il caso Piperno;
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