1182/3 - L'occupazione dell'isola di Saseno ed i reati commessi sull'isola

A seguito del Protocollo preliminare di Tirana, concluso con il Governo albanese di Suleiman Bey Delvino il 2 agosto 1920, l'Italia accettava di ritirare le sue truppe da Valona e da tutto il territorio albanese. L'art. II del Protocollo stabiliva infatti:

«Il Governo italiano per dare prova dei suoi sentimenti di rispetto della sovranità albanese su Valona e della integrità territoriale dell'Albania farà rimpatriare le truppe italiane attualmente dislocate in Valona e suo litorale e nel resto dell'Albania, eccezion fatta per l'Isola di Saseno [1] ». (Testo all. a Sforza a Giolitti e Bonomi, Roma, 7 agosto 1920, s.h., ASE, P 1919-30, 690)

Quando la Conferenza degli Ambasciatori iniziava la discussione sull'assetto dello Stato albanese, su delega del Consiglio della Società delle Nazioni, al quale si era rivolto il Primo Ministro albanese, Ilias Bey Vrioni, per sollecitare il regolamento dei rapporti con il Regno serbo-croato-sloveno e la Grecia e la soluzione della questione delle frontiere, si poneva il problema dello status dell'isola di Saseno, nella quale l'Italia manteneva, secondo il Protocollo di Tirana, un presidio militare ed una stazione radiotelegrafica. Il 3 agosto 1921, infatti, il Ministro della Marina, Bergamasco, chiedeva al Ministro degli Esteri, Tomasi della Torretta, indicazioni «circa la effettiva territorialità dell'Isola di Saseno» (Bergamasco a Tomasi della Torretta, Roma, 3 agosto 1921, ASE, P 1919-30, 714). L'11 agosto 1921, Tomasi della Torretta rispondeva nei seguenti termini:

«L'isola di Saseno deve ritenersi territorio militarmente occupato dalle truppe italiane. Quindi per il servizio pubblico di quella stazione R.T. [Radio Telegrafica] dovrà applicarsi la stessa tariffa che si praticava a Valona al tempo della nostra occupazione militare». (Tomasi della Torretta a Bergamasco, Roma, 11 agosto 1921, ibidem)

Il 24 agosto, Tomasi della Torretta inviava all'Ambasciatore a Parigi, Bonin Longare, le seguenti istruzioni circa l'atteggiamento da tenere con gli Alleati sulla questione di Saseno:

«E' bene [...] si sappia costì che noi riteniamo che l'occupazione dell'isola di Saseno non contraddice colla nostra tesi dell'integrità territoriale dell'Albania e che in ogni caso noi non l'abbandoneremo mai né ammetteremo alcun mutamento all'attuale situazione. Sicura base Adriatico è per noi questione di vitale interesse e consideriamo come poco amichevole ogni discussione su Saseno che tenda a mutare attuale situazione». (Tomasi della Torretta a Bonin Longare, Roma, 24 agosto 1921, ASE, CP, 12)

Tale posizione veniva riaffermata da Tomasi della Torretta pochi giorni dopo, nel telegramma indirizzato all'Ambasciatore a Londra, De Martino:

«Richiamo ad ogni buon fine l'attenzione di Vostra Eccellenza su comunicato Agenzia Reuter del 25 corrente relativo Saseno che conclude dicendo: "L'Italia non può pretendere legittimamente attribuzione di questa isola in virtù trattato di Londra del 1915 dato che questo trattato venne annullato dalla stessa Italia per il fatto che essa ha firmato più tardi il Trattato di Rapallo con la Jugoslavia [2] ". [...] Sarà utile far rilevare a codesto Governo l'inopportunità di siffatte pubblicazioni atte a creare malintesi nell'opinione pubblica dei due paesi. [...] Sarà bene porre nettamente in chiaro che trattato di Rapallo non ha alcun rapporto con la questione albanese in generale e con quella di Saseno in particolare. La situazione diplomatica tra l'Italia e gli alleati a riguardo dell'Albania permane tuttora quella contemplata dal patto di Londra e dalle discussioni seguite all'armistizio. L'Italia nonostante posizione di preminenza riconosciutale dagli alleati in Albania ha preso spontaneamente iniziativa di costituire stato albanese indipendente, però in attesa che detto stato si realizzi e si consolidi non rinunzia ai formali impegni assunti dagli alleati a suo riguardo circa l'Albania. E' in forza di tali impegni che l'Italia conserva possesso di Saseno unico punto strategico a cui abbiamo ristretto nostra difesa nel basso Adriatico per favorire integrità territoriale Albania ed a cui non possiamo rinunziare sia che stato albanese si faccia sia che non si faccia. Protocollo Tirana non riguarda alleati ma Italia ed Albania che con esso intesero regolare questioni derivanti da rimpatrio nostre truppe da Albania in seguito smobilitazione epperò intendiamo che protocollo Tirana non ha alcun valore a modificare situazione diplomatica con alleati». (Tomasi della Torretta a De Martino, Roma, 31 agosto 1921, h. 24.00, ASE, P 1919-30, 714)

In sede di Conferenza degli Ambasciatori, il Governo italiano riaffermava la tesi dell'identità fra lo Stato albanese proclamato il 29 luglio 1913, in virtù del Protocollo di Londra [3] , e quello del dopoguerra. Tale identità era viceversa negata dalla Gran Bretagna, che tendeva alla modifica, a vantaggio del Regno serbo-croato-sloveno, delle relative frontiere. A tale proposito, il 27 settembre 1921, Tomasi della Torretta inviava istruzioni a Bonin Longare nel senso che occorresse sostenere, di fronte alla Gran Bretagna, che lo Stato albanese «ha continuato internazionalmente ad esistere attraverso le vicende imposte dalla guerra al suo territorio», e così proseguiva:

«Soltanto nel caso che da tale Governo si obiettasse che a ciò contraddice l'occupazione italiana Saseno Ella potrà valersi dell'argomento che attuale situazione Saseno è stata consentita dagli stessi Albanesi». (Tomasi della Torretta a Bonin Longare, Roma, 27 settembre 1921, h. 22.50, ASE, CP, 12)

La questione albanese veniva definitivamente risolta dalla Conferenza degli Ambasciatori il 9 novembre 1921, con il riconoscimento dello Stato albanese, l'adozione della Decisione sulle frontiere albanesi e l'entrata in vigore della Dichiarazione sugli interessi speciali dell'Italia in Albania [4] . Pochi giorni più tardi, il 16 novembre 1921, il Ministro della Giustizia e degli Affari di Culto, Rodinò, su richiesta del Procuratore del Re di Lecce, si rivolgeva a Tomasi della Torretta, ponendo il quesito su «quale autorità giudiziaria territoriale sia competente a decidere su reati commessi nell'isolotto di Saseno» (Rodinò a Tomasi della Torretta, Roma, 16 novembre 1921, ASE, P 1919-30, 714). Il Capo dell'Ufficio IV della Direzione Generale degli Affari Politici E.L. del Ministero degli Esteri, De Facendis, chiedeva a sua volta un parere al Segretario Generale del Consiglio del Contenzioso Diplomatico, Ricci-Busatti, il quale, nella risposta del 9 dicembre 1921, così si esprimeva:

«Per ben rispondere al quesito proposto occorrerebbero dati di fatto che mancano, sulle circostanze del caso: si tratta di reati di competenza dell'autorità giudiziaria militare? Credo che spetterà al tribunale del corpo cui appartiene il distaccamento che occupa l'isola di conoscerne, o a quello nella cui giurisdizione sarà fatta la consegna del reo; al tribunale supremo di guerra e marina, in ogni modo, spetterebbe il decidere della competenza; esclusa questa ipotesi, si tratta di reato commesso da un Italiano o da un Albanese o da un suddito di un'altra Potenza? Se, come credo, il regime capitolare vige tuttora in Albania (di cui l'isola da noi occupata fa parte), sarebbero competenti, nel 1° caso, il console o il tribunale consolare di Valona o la Corte di Ancona, secondo il genere di reato; nel 3° caso le autorità consolari dello Stato a cui appartiene il reo; il 2° caso è più scabroso: spettando a noi, come Potenza occupante, con l'esercizio dei poteri sovrani, anche la giurisdizione sull'isola, e non esistendovi alcuna Autorità costituita per questo fine, converrà provvedere con disposizione apposita per attribuire la competenza territoriale all'autorità del Regno che si ritenga meglio indicata, o per costituirvi, sia pure transitoriamente un'autorità giudicante, ovvero applicare per analogia, in quanto sia possibile, i criteri del luogo dell'arresto o della consegna nel Regno, o quello della prevenzione di cui agli articoli 19 e segg. del codice di procedura penale. Tutto ciò, ripeto, potrebbe essere meglio considerato e deciso, in base alle circostanze di fatto, se pure vale la pena di impostare e risolvere a rigore di diritto una questione che forse ha già trovato o troverà la sua soluzione pratica più semplice ed opportuna da parte delle stesse autorità locali». (Parere di Ricci-Busatti, Roma, 9 dicembre 1921, ibidem)

Il 26 dicembre, il Sottosegretario agli Esteri, Valvassori Peroni, scriveva a Rodinò quanto segue:

«Per risolvere il quesito prospettato mi sembra necessario tener presenti due circostanze: 1) Non essendo intervenuto atto alcuno legislativo che dichiari la nostra sovranità su Saseno, conviene, agli effetti amministrativi, e giudiziari, considerare quell'isola come territorio straniero da noi occupato militarmente; 2) che converrebbe, a mio avviso, considerare l'isolotto di Saseno, ove non dovrebbero ammettersi civili per ragioni di difesa, unicamente come una fortezza militare». (Valvassori Peroni a Rodinò, Roma, 26 dicembre 1921, ibidem)

Valvassori Peroni dava analoga risposta, rispettivamente il 7 e il 13 gennaio dell'anno successivo, ai Ministri della Marina, Bergamasco, e dell'Interno, Bonomi, che avevano sottoposto identico quesito. Egli specificava che in base alle circostanze indicate, il Ministro della Giustizia «potrà [...] essere in grado, nella sua competenza, di rispondere al quesito in parola» (Valvassori Peroni a Bonomi, Roma, 13 gennaio 1922, ibidem).

Vedi anche

Bergamasco a Tomasi della Torretta, Roma, 3 agosto 1921, ASE, P 1919-30, 714; Tellini a Gasparotto, Janina, 22 agosto 1921, ASE, P 1919-30, 712; Bonomi a Tomasi della Torretta, Roma, 6 gennaio 1922, ASE, P 1919-30, 714; Valvassori Peroni a Bergamasco, Roma, 7 gennaio 1922, ibidem; Mussolini a Durazzo e Summonte, Roma, 3 ottobre 1923, ibidem; Durazzo a Mussolini, Durazzo, 13 ottobre 1923, ibidem; Summonte a Mussolini, Belgrado, 17 ottobre 1923, ibidem.;

Note

[1] vedi anche: 239/3 - Il Protocollo preliminare di Tirana;
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[2] I testi del Patto di Londra del 26 aprile 1915 e del Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 sono in Trattati e Convenzioni, rispettivamente v. XXIII, p. 288 e v. XXVI, p. 775-782.
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[3] Ibidem, v. XXII, p. 360 segg.
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[4] vedi anche: 460/3 - Lo statuto dell'Albania; 1202/3 - Gli interessi speciali dell'Italia in Albania;
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