1356/3 - Gli incidenti di Trieste

A seguito dei fatti di Spalato dell'11 luglio 1920, culminati con l'uccisione del Comandante della nave «Puglia», Gulli, e del motorista Rossi, da parte di una folla di nazionalisti slavi [1] , i movimenti dei combattenti italiani indicevano a Trieste un comizio di protesta. Durante il discorso, scoppiavano incidenti ed un italiano veniva ucciso; la folla reagiva assalendo l'albergo Balkan, sede del circolo slavo, che veniva incendiato dopo una sparatoria con alcuni elementi appostati sul tetto, nella quale era coinvolta anche la forza pubblica. Durante gli incidenti moriva lo slavo Ugo Kablech, mentre la moglie, saltata dalla finestra per sfuggire alle fiamme, si feriva gravemente. Un altro gruppo di dimostranti veniva fermato dalle forze dell'ordine mentre tentava di fare irruzione nell'ufficio dell'Incaricato serbo-croato-sloveno per la vidimazione dei passaporti, Marcovic, che subiva, tuttavia, l'invasione della propria casa e la distruzione di mobili e suppellettili. Altri gruppi attaccavano la Banca croata, la Banca di Lubiana e la Banca adriatica; distruggevano il mobilio, ma non riuscivano ad impadronirsi dei valori, tratti in salvo dalla forza pubblica. Infine, gruppi di manifestanti tentavano di invadere le redazioni dei giornali «Edinost» e «Lavoratore», ma venivano respinti dalle forze dell'ordine. Il Primo Ministro serbo-croato-sloveno, Vesnic, riferiva in Parlamento di aver telegrafato all'Incaricato d'Affari a Roma, Antonievic, di chiedere al Commissario Generale Civile della Venezia Giulia, Mosconi, le scuse per l'accaduto, nonché una congrua indennità per l'attacco a quello che egli definiva «il nostro Consolato a Trieste». Il 16 luglio, il Segretario Generale del Ministero degli Esteri, Contarini, informava il Ministro degli Esteri, Sforza, di aver replicato alle richieste di Antonievic nei seguenti termini:

«Mancava ogni informazione dell'accaduto: avrei chiesto notizie ed informato V.E. e Presidente del Consiglio del suo passo. Ho chiarito trattarsi di una delegazione per rilascio passaporti per quanto ufficialmente autorizzata e non di un vero ufficio consolare. Gli ho fatto notare gravità fatti Spalato e come disgraziatamente sovraccitazione animi prodotta possa aver provocato dimostrazione Trieste». (Contarini a Sforza, Roma, 16 luglio 1920, h. 21.10, ASE, Conf., 34-8)

Il Capo dell'Ufficio Centrale per le Nuove Province, Salata, riferiva quindi a Sforza il contenuto del seguente telegramma inviato dal Sostituto del Commissario Generale Civile per la Venezia Giulia, Crispo Moncada:

«E' ovvio che dato carattere dimostrazione in relazione gravi fatti Spalato e commozione cittadinanza dimostrazione non potevasi impedire, tanto più avendomi promotori assicurato che avrebbero evitato qualsiasi provocazione. E nessun inconveniente si sarebbe infatti verificato se provocazioni gravissime non fossero partite da elementi slavi e precisamente: I° assassinio un cittadino italiano Piazza Unità mentre svolgevasi ordinatamente comizio; 2° Sparo di armi da fuoco e lancio di bombe a mano sulla folla che stavasi riunendosi nei pressi Hôtel Balkan senza che questa avesse commesso qualsiasi atto di ostilità. Nonostante affidamenti promotori dimostrazione io avevo disposto forti concentramenti truppa ed agenti nei punti più pericolosi della città impiegando tutta la [...] forza disponibile di Trieste e principalmente 250 uomini di truppa con mitragliatrici, 100 regie guardie e 60 carabinieri, totale 410 uomini a protezione Hotel Balkan, forti nuclei, agenti e carabinieri nei pressi delle sedi dei giornali Edinost e Lavoratore e della sede delegazione iugoslava e altri nelle piazze e punti della città. La forza che era stata messa a protezione Hotel Balkan a seguito del fuoco e delle bombe lanciate da quel fabbricato, fu costretta a reagire col fuoco anziché proteggerlo e quindi non potè avvicinarsi ad impedire che gruppi staccati di giovani esaltati vi si introducessero e cominciassero opera devastazione appiccandovi fuoco. Rimanente anzidetti edifici e altri ancora vennero salvati da ogni danneggiamento appunto perché servizio disposto poté normalmente svolgersi. Data dispersione rapidità e contemporaneità episodi, malgrado numerosi pattugliamenti eseguiti con autoveicoli, mentre gran parte forza era necessariamente mobilizzata a protezione noti obiettivi, non poterono evitarsi danneggiamenti accennati col suddetto fonogramma. Del resto stampa giornali locali e regno hanno concordemente convenuto, come avrai potuto rilevare, che lamentati fatti sono esclusivamente dovuti a inconsulte gravissime provocazioni del partito e che autorità ha fatto quanto stava in essa per impedirli. Perfino giornale "Il Lavoratore" afferma che furono lanciate per prima bombe sulla folla da finestre Hotel Balkan. Riassumendo posso assicurare con sicura coscienza che da me e da tutti preposti ordine pubblico si è fatto quanto possibile per evitare dolorosi incidenti che certo sarebbero stati ancora più gravi dato fortissimo eccitamento popolazione, ove non fosse stata spiegata energia adeguata a circostanze». (Salata a Sforza, Roma, 17 luglio 1920, ASE, P 1919-30, 1305)

In un dispaccio del 23 luglio 1920, il Capo dell'Ufficio I della Direzione Generale degli Affari Politici E.L., Toscani, affermava:

«1°) che i fatti luttuosi di Spalato avevano determinato una grave eccitazione nella cittadinanza di Trieste; 2°) che se non fosse stato ucciso cittadino italiano da uno slavo il comizio si sarebbe probabilmente chiuso senza incidenti; 3°) che se la polizia fece uso di armi fu per difendersi dalle persone che dal tetto e dalle finestre dell'albergo Balkan fecero fuoco e buttarono bombe contro di essa; 4°) che il Kablech perse la vita per cercare di salvarsi buttandosi dalla finestra dell'albergo; 5°) che la forza pubblica malgrado il numero esiguo fece quanto umanamente era possibile per evitare incidenti più gravi e si deve al suo fermo contegno se questi non si verificarono, e solo perché travolta da massa di dimostranti molto superiore non poté opporsi più di quanto si oppose». (Toscani a Imperiali, Bonin Longare, Tomasi della Torretta, Caracciolo di Castagneto, Martin Franklin e Cucchi Boasso, Roma, 23 luglio 1920, ASE, R Londra, 492)

Il 26 luglio, inoltre, il Ministero degli Esteri puntualizzava le divergenze esistenti, riguardo all'accertamento dei fatti, con il Governo serbo-croato-sloveno:

«La versione del Governo Serbo e la nostra sostanzialmente coincidono tranne: a) secondo i serbi degli ufficiali italiani avrebbero lacerato la bandiera jugoslava della Delegazione serba dei passaporti. Non risultando ciò nel rapporto del Commissario Civile di Trieste si è provveduto per appurare questa circostanza; b) il Governo Serbo persiste nel chiamare Agenzia Consolare non solo la Delegazione dei passaporti (cui non accordammo nessuna immunità consolare) ma anche l'abitazione privata del Signor Marcovich che fu saccheggiata». (Appunto del Ministero degli Esteri del 26 luglio 1920, ASE, P 1919-30, 1305)

Il 17 agosto, Sforza replicava alla richiesta di riparazioni inviata pochi giorni prima da Antonievic, nei seguenti termini:

«Ho il pregio di portare a Sua conoscenza che, in seguito a rigorosa inchiesta ordinata e condotta dalle Regie Autorità competenti, è risultato doversi completamente escludere che ufficiali del Regio Esercito siano penetrati nell'Ufficio della delegazione Serba dei passaporti in quella città, e che vi abbiano asportata la bandiera serbo-croato-slovena colà conservata. Non solo, ma dall'inchiesta rigorosamente condotta risulta altresì che neppure uno solo dei dimostranti riuscì a penetrare nella sede della delegazione stessa, essendo essa stata protetta dalla forza pubblica. Il Regio Governo è dal canto suo spiacente degli incidenti accaduti dei quali purtroppo la causa si trova in quel dolorosissimo evento di Spalato, ma tiene a far rilevare subito come a detti incidenti siano rimasti estranei ufficiali e militari del Regio Esercito, i quali se intervennero fu per fare opera di imparziale pacificazione. Quando mi giungano altre esaurienti informazioni sugli altri episodi di quanto accadde a Trieste, non mancherò di farne oggetto di accurato studio». (Sforza ad Antonievic, Roma, 17 agosto 1920, ibidem)

In una ulteriore nota del 27 agosto, Antonievic insisteva tuttavia sulla responsabilità dei «soldati italiani in uniforme», ed affermava:

«La Délégation du Royaume à Trieste était installée dans deux bâtiments: 1) Le Bureau des Passeports dans la Via Mazzini. Dans ce bureau ont pénétré trois officiers de l'armée royale italienne en uniforme et ont jeté par la fenêtre le drapeau de notre Royaume et les manifestants l'ont piétiné et déchiré. Sur ce bâtiment les fenêtres seulement ont été brisées. 2) Sur la Piazza Venezia I/I, à gauche, se trouvaient le bureau du délégué et son appartement privé ainsi que les archives de la Délégation. Là les manifestants ont détruit et brûlé tout l'ameublement, très riche, ensuite les objets personnel du délégué, les archives de la Délégation et deux petits coffre-forts à main ont été enlevés. Dans la question de la preuve de ces faits, le Gouvernement Royal est prêt à se rapporter même aux témoignages des membres du corps consulaire à Trieste. En considération à cet état de faits, le Gouvernement Royal ne peut que maintenir ses demandes que j'ai eu l'honneur de formuler dans la note du 9 courant». (Antonievic a Sforza, Roma, 27 agosto 1920, all. a Lago a Mosconi, Roma, 31 agosto 1920, ibidem)

Dopo aver disposto ulteriori accertamenti, Sforza così replicava:

«Nessun ufficiale [?] del Regio Esercito e nessuno dei dimostranti poté penetrare e penetrò, durante gli incidenti di Trieste del 13 luglio scorso, nell'Ufficio della Delegazione serba dei passaporti, poiché all'avvicinarsi dei dimostranti la Pubblica Sicurezza procedette subito alla chiusura del palazzo, stendendovi innanzi uno spesso cordone di carabinieri, cordone che non fu mai infranto. Sta di fatto dunque che la bandiera non fu potuta lanciare sulla strada che da qualcuno degli inquilini dell'edificio che non si è riusciti a identificare, nonostante le diligenti indagini all'uopo praticate. Riguardo poi all'incendio e alla distruzione dei mobili dell'appartamento di Piazza Venezia I/I, occorre notare come le Regie autorità locali fossero completamente ignare che l'incaricato serbo Sig. Marcovich avesse trasferito la sua abitazione privata dall'Hotel Savoia nell'edificio di Piazza Venezia, e che in detta abitazione egli avesse impiantato un suo ufficio ed i suoi archivi. Nessuna comunicazione è stata fatta in proposito dal Signor Marcovich al Commissariato Generale Civile di Trieste, nè per iscritto nè verbalmente. In quella località erano rimaste poche guardie e quando giunsero i rinforzi, i dimostranti avevano già travolti gli agenti che si trovavano sul posto, ed invaso il locale. Dal complesso dei fatti suesposti resta ad ogni modo confermato quanto ho già avuto il pregio di comunicare con la nota del 17 agosto u.s. [?]; che cioé agli incresciosi incidenti di Trieste, la cui causa, ripeto, si trova nel dolorosissimo evento di Spalato, sono rimasti completamente estranei i militari del Regio Esercito». (Sforza a Antonievic, Roma, 22 settembre 1920, ibidem)

In seguito, vari cittadini italiani e stranieri presentavano al Governo italiano istanze per il risarcimento dei danni subiti. In particolare, alcuni istituti slavi e lo stesso Antonievic, si rivolgevano a Mosconi, chiedendo l'accertamento ed il risarcimento dei danni subiti. Nel corso della Conferenza di Firenze del 22 giugno 1925, la questione veniva nuovamente sollevata dalla Delegazione jugoslava, che anzi ne chiedeva la soluzione come pregiudiziale alla conclusione degli accordi. Il Presidente della Delegazione italiana, Quartieri, scriveva quindi al nuovo Ministro degli Esteri, Mussolini:

«Gli jugoslavi avevano presentato a suo tempo una richiesta di risarcimento per 34 milioni di lire per i danni sofferti in generale da sudditi jugoslavi pei tumulti di Trieste, più 2.700.000 per i soli danni del Consolato e dei diplomatici jugoslavi, fra cui è il Signor Rybars. Occorreva risolvere la questione senza compromettere il principio di fronte ai terzi e danneggiati di altre nazionalità. Nell'accordo ora stipulato (in forma di scambio di lettere per ridurne la portata formale) si fa richiamo alla convenzione generale sulle restituzioni firmate a Belgrado nel 1924 [2] , la quale - sulla base della reciprocità - fa obbligo ai due Stati di far restituire le cose sottratte per opera dei propri cittadini a quelli dell'altro. In conseguenza, in detto accordo il Governo Italiano non figura come primo responsabile poiché la responsabilità generale rimane in principio a carico dei presunti danneggiatori; il Governo interviene, però, come garante di un compromesso concluso fra questi e i danneggiati. Così viene evitato il precedente invocabile da terzi Stati verso il Governo Italiano, mentre il Governo S.C.S., tacitati così gli interessi dei propri sudditi, dichiara esplicitamente di sollevare il Governo Italiano da ogni responsabilità verso costoro». (Promemoria di Quartieri, s.l., s.d., all. a Quartieri a Mussolini, Roma, 30 giugno 1925, ASE, Conf., 68-54)

Vedi anche

Crispo Moncada a Bonomi, Trieste, 14 luglio 1920, ASE, P 1919-30, 1305; Contarini a Chiaramonte Bordonaro, Roma, 20 luglio 1920, ibidem; Toscani a Imperiali, Roma, 20 luglio 1920, ASE, R Londra, 492; Mosconi a Sforza, Trieste, 3 agosto 1920, ASE, P 1919-30, 1305; Sforza a Galanti, Roma, 14 agosto 1920, ibidem; Salata a Caré, Roma, 23 ottobre 1920, ASE, P 1919-30, 1305; Salata a Garnery, Roma, 15 marzo 1922, ASE, P 1919-30, 1308; Vassallo a Zoccoletti, Roma, 15 marzo 1923, ASE, Z, 177; Quartieri a Mussolini, Firenze, 16 giugno 1925, ASE, P 1919-30, 1094; Mussolini a Nincic, s.l., 27 giugno 1925, ASE, Conf., 68-39; Nincic a Mussolini, s.l., 27 giugno 1925, ibidem.;

Note

[1] vedi anche: 1416/3 - L'incidente di Spalato;
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[2] Il testo della Convenzione di Belgrado del 12 agosto 1924 tra Italia e Regno serbo-croato-sloveno è in Trattati e Convenzioni, v. XXXII, pp. 132 segg.
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