1444/3 - L'occupazione italiana di Corfù

Il 27 agosto 1923, il Presidente della Commissione internazionale incaricata dalla Conferenza degli Ambasciatori di Parigi di delimitare la frontiera greco-albanese, Generale Tellini, ed altri tre ufficiali, membri della Delegazione italiana alla Commissione, venivano assassinati da sconosciuti sulla strada tra Janina e Santi Quaranta, in territorio greco [1] . Il Ministro degli Esteri ad interim, Mussolini, inviava immediatamente istruzioni al Ministro d'Italia ad Atene, Montagna, per

«Fare le più energiche rimostranze a codesto Governo facendo al tempo stesso ampie e complete riserve per tutte le riparazioni che ci saranno dovute e che pretenderemo dopo accertamento dettagliato dei fatti». (Mussolini a Montagna, Roma, 28 agosto 1923, h. 1.30, ASE, P 1919-30, 1221)

Montagna inviava il giorno successivo una Nota Verbale al Ministro degli Esteri greco, Alexandris, con la quale presentava la richiesta delle seguenti riparazioni: scuse ufficiali, servizio funebre, onori militari a una Divisione navale italiana, inchiesta sui fatti con l'assistenza dell'Addetto Militare della Legazione italiana ad Atene, pena capitale per i colpevoli, indennità di cinquanta milioni di lire, onori militari alle salme. Tali richieste, per la cui accettazione si dava un termine di ventiquattro ore, erano considerate

«Un minimum compatible avec l'offense extrêmement grave dont la Grèce s'est rendue responsable envers l'Italie». (Nota Verbale presentata da Montagna a Alexandris, Atene, 29 agosto 1923, all. a Montagna a Mussolini, Atene, 29 agosto 1923, ibidem)

Nella Nota Verbale di risposta, in data 29 agosto 1923, il Ministro degli Esteri greco negava la responsabilità del suo Governo per l'accaduto, ma si dichiarava disposto ad accogliere alcune delle richieste italiane, escludendo la presenza dell'Addetto Militare all'inchiesta, la pena capitale e l'indennità, in quanto incompatibili con l'«onore» e la «sovranità» dello Stato. Mussolini decideva allora di investire della questione la Conferenza degli Ambasciatori, pur rivendicando al Governo italiano la più ampia libertà d'azione. Nel telegramma inviato all'Ambasciatore italiano a Parigi, Romano Avezzana, il 30 agosto 1923, Mussolini sottolineava infatti che

«Nell'invocare solidarietà alleati e nel partecipare in seno alla Conferenza degli Ambasciatori a quelle deliberazioni che verranno prese in seguito all'eccidio di membri di una missione dalla stessa dipendente, Regio Governo lo ha fatto in considerazione appunto della funzione interalleata che in linea subordinata rivestivano le vittime, ma che evidentemente esso non ha con ciò in alcun modo inteso né di rinunziare al diritto che gli compete in via principalissima né comunque di sottrarsi all'assoluto dovere di agire anche direttamente per esigere le riparazioni dovutegli per la gravissima offesa arrecata alla intera nazione italiana nelle persone di ufficiali e militari i quali prima di ogni altra veste avevano quella di cittadini italiani». (Mussolini a Romano Avezzana, Roma, 30 agosto 1923, h. 2.00, ibidem)

Il 31 agosto, Mussolini comunicava a Re Vittorio Emanuele III quanto segue:

«In seguito a tale risposta che equivale in sostanza al rigetto delle richieste italiane ho disposto per la partenza di adeguate forze navali e per l'occupazione a carattere pacifico e temporaneo dell'isola di Corfù mediante lo sbarco di un contingente di truppe limitato per ora a 1000 uomini». (Mussolini a Vittorio Emanuele III, Roma, 31 agosto 1923, ore 3.00, ibidem)

Mussolini diramava quindi a tutte le Rappresentanze Diplomatiche italiane all'estero e al Delegato italiano al Consiglio della Società delle Nazioni, Salandra, il seguente messaggio:

«Alle giuste domande formulate dall'Italia in seguito al barbaro eccidio della delegazione militare italiana compiuto in territorio greco, il Governo ellenico ha risposto in termini che equivalgono in sostanza al rigetto completo delle stesse. Tale ingiustificato atteggiamento pone l'Italia nella necessità di richiamare il Governo ellenico al sentimento delle sue responsabilità. Sono stati pertanto impartiti gli ordini per lo sbarco nell'isola di Corfù di un contingente di truppe italiane. Il Governo italiano si augura che la Grecia non compia alcun atto che possa modificare la natura pacifica del provvedimento. Quanto sopra non esclude le sanzioni che la Conferenza degli Ambasciatori sarà per prendere pel fatto che la Delegazione Italiana assassinata faceva parte della Missione per la delimitazione delle frontiere albanesi che, presieduta dal compianto Generale Tellini, era mandataria della Conferenza stessa». (Mussolini alle Rappresentanze Diplomatiche italiane all'estero e a Salandra, Roma, 31 agosto 1923, h. 6.30, ASE, P 1919-30, 1221)

Il 31 agosto, Montagna e gli Incaricati d'Affari britannico e francese ad Atene, Bentinck e Tripier, in conformità alle istruzioni inviate dal Presidente della Conferenza degli Ambasciatori, Poincaré, rimettevano al Ministro degli Esteri greco una Nota Verbale collettiva, nella quale era contenuta una energica protesta per l'attentato e la domanda di un'inchiesta immediata. Ma l'occupazione di Corfù era stata nel frattempo portata a termine: con telegramma del 1° settembre, il Capo dell'Ufficio Stampa del Ministero degli Esteri, Giannini, così ne riferiva alle Rappresentanze Diplomatiche italiane all'estero:

«Squadra italiana presentatasi davanti Corfù intimata resa città scaduto termine stabilito non essendo stata issata bandiera bianca come richiesto, e malgrado fossero stati tirati a conferma del perentorio invito alcuni colpi a salve, fu necessario farli seguire da pochi tiri di piccolo calibro diretti sul forte. Avendo allora Semaforo castello innalzato bandiera bianca iniziato sbarco proceduto ordinatissimo a sud e nord città effettuando occupazione forte. Alle ore 18 del 31 agosto la bandiera italiana veniva issata forte Semaforo. Gendarmeria greca ha chiesto continuare a prestare servizio, consoli esteri recatisi a bordo nave ammiraglia popolazione pochissimo allarmata ha ripreso subito circolare Prefetto e Sindaco città ha preso accordi con Governatore italiano ordine pubblico perfetto». (Giannini alle Rappresentanze Diplomatiche italiane all'estero, Roma, 1° settembre 1923, ore 11.30, DDI, s. VII, v. II, p. 153)

Lo stesso giorno, la Grecia si rivolgeva al Consiglio della Società delle Nazioni. Mussolini inviava quindi istruzioni a Salandra, invitandolo a dichiarare che l'Italia non intendeva deferire la questione alla Società delle Nazioni,

«Perché non trattandosi di una vertenza contemplata nel Patto, ma di tutela del prestigio e dell'onore nazionale (diritti questi nei quali la Società delle Nazioni non ha diritto di intervento) e non essendovi d'altra parte nel nostro provvedimento di carattere non bellico, atto o minaccia di guerra, consideriamo non essere (ripeto non essere) il Consiglio della Società delle Nazioni competente nella questione». (Mussolini a Salandra e alle Rappresentanze Diplomatiche italiane all'estero Roma, 1° settembre 1923, h. 21.50, ASE, P 1919-30, 1221)

Sempre il 1° settembre, Mussolini inviava a Salandra un telegramma, contenente precisazioni sull'occupazione di Corfù:

«Ho precisato il carattere pacifico e provvisorio dell'occupazione di Corfù. Reputo opportuno far presente a V.E. che tale occupazione è pienamente fondata nel diritto delle genti. L'impossibilità per lo stato offeso di ottenere amichevolmente e con mezzi pacifici soddisfazione giustifica secondo la comune dottrina il ricorso alla violenza adottando mezzi che se pure possono avere apparenze di guerra non hanno affatto carattere bellico ma costituiscono una semplice autoprotezione dei propri interessi. Tra i vari mezzi coercitivi non bellici è compresa la temporanea occupazione di una parte di territorio straniero. A tale mezzo ricorse nel 1901 la Francia impossessandosi dell'isola di Mitilene e delle relative dogane per costringere la Turchia a soddisfare gli impegni assunti verso la ditta Turbini e Dorano. Recentissima è occupazione Vera Cruz da parte Stati Uniti. Regio Governo ha scelto per ottenere soddisfazione dalla Grecia mezzo meno dannoso per essa mentre avrebbe potuto ricorrere come è consentito dal diritto delle genti al blocco pacifico del territorio ellenico, o al bombardamento di località fortificate, o alla occupazione di porti greci, o alla presa di possesso di dogane o al sequestro di beni o di crediti dello Stato ellenico o dei sudditi di esso o delle navi appartenenti allo stato o ai privati. A tale uopo è da ricordare che la Francia nel 1884 bombardò l'arsenale cinese di Fuelen per ottenere le indennità dovute ai suoi connazionali e bloccò l'isola di Formosa come nel 1893 bloccò il porto di Menam in una contestazione contro il Siam. Nel 1896 furono bloccate le coste greche e nel 1897 l'isola di Creta per impedire conflitti fra la Grecia e la Turchia. Nel 1902 la Germania, l'Inghilterra e l'Italia bloccarono le coste del Venezuela e bombardarono il forte San Carlo per obbligare il Governo Venezuelano a pagare le indennità dovute ai propri connazionali. Nel 1913 le Potenze europee bloccarono le coste del Montenegro per obbligarlo ad evacuare Scutari d'Albania. Nel 1882 l'Inghilterra bombardò Alessandria e vi operò uno sbarco. Nel 1916 la flotta dell'ammiraglio Dartigo operò uno sbarco ad Atene e bombardò alcune località ed infine non è inutile ricordare che l'istessa isola di Corfù nel 1916 fu militarmente occupata dagli alleati i quali occuparono anche varie isole dell'Egeo senza perciò far guerra alla Grecia». (Mussolini a Salandra e alle Rappresentanze Diplomatiche italiane all'estero, Roma, 1° settembre 1923, h. 24.00, DDI, s. VII, v. II, pp. 1576-158)

Frattanto, la morte e il ferimento di alcuni rifugiati greci ed armeni a Corfù, causati dal bombardamento italiano durante le operazioni di sbarco nell'isola, suscitavano la reazione del Governo greco e del Commissario della Società delle Nazioni per il Comitato donne e fanciulli di Corfù, Kennedy. A tale proposito, il Ministro della Marina, Thaon di Revel, comunicava agli addetti navali italiani all'estero quanto gli aveva telegrafato il Viceammiraglio Solari:

«Persone colpite trovavansi interno fortezza entro locali che erano stati indicati quali alloggi soldati presidio et quindi sotto diretta responsabilità dello stesso Comandante militare che aveva dichiarato si sarebbe colla forza opposto allo sbarco et al quale era stato detto che fuoco sarebbe stato diretto contro obiettivi militari». (Thaon di Revel agli Addetti navali all'estero, Roma, 2 settembre 1923, AMM, 5, 1672)

Mussolini si congratulava con il Ministro della Marina, Thaon di Revel, per l'esito della missione, nei seguenti termini:

«Mi compiaccio operazione compiuta da forze italiane agli ordini di V. E. E' spiacevole che colpevole imprevidenza Comando greco abbia causato sacrificio alcuni civili malgrado dichiarati carattere e scopo pacifici nostra occupazione isola. V.E. voglia provvedere generosamente a feriti, a famiglie morti ed a conveniente seppellimento degli stessi. Come del resto inteso, V.E. terrà presente nell'esercizio del mandato costà affidatole carattere speciale nostra occupazione non bellica; che non rende indispensabili per conseguenza tutte quelle misure che sarebbero normali per una occupazione in seguito apertura ostilità, fino a tanto che ciò non rechi pregiudizio od effettivo pericolo all'azione delle forze occupanti». (Mussolini a Thaon di Revel, Roma, 2 settembre 1923, ore 4.00, DDI, s. VII, v. II, p. 163)

Il 3 settembre, Romano Avezzana, riferiva a Mussolini che, nel corso di una conversazione avuta con Poincaré, aveva messo in luce che

«Quando fosse stata superata la presente fase della Società Nazioni e la questione fosse stata riportata alla Conferenza degli Ambasciatori io tenevo a precisare ben nettamente che con questo l'Italia non intendeva rinunziare ad ottenere diretta soddisfazione dalla Grecia per uccisione suoi ufficiali. Non poteva infatti concepire che l'Italia avesse occupato Corfù per ottenere riparazioni attraverso altri». (Romano Avezzana a Mussolini, Parigi, 3 settembre 1923, h. 21.20, ibidem)

Intanto il Ministro d'Italia a L'Aja, Maestri Molinari, consultava ufficiosamente il Professor Anzilotti, Giudice della Corte Permanente di Giustizia Internazionale, e così ne riferiva a Mussolini il 5 settembre 1923:

«Anzilotti confermando suo parere di massima [...] ritiene che obbligo imposto dal patto Società a tutti suoi membri è di sperimentare procedure conciliazione dinanzi suo Consiglio salvo ricorso all'arbitrato in qualsiasi controversia di qualunque natura capace di produrre una rottura. In questione decreto nazionalità Tunisi Marocco fu sollevato dalla Francia che questione rientrava nella competenza interna della Francia stessa e che non era tale da portare ad una rottura [2] . Questa seconda eccezione fu abbandonata dalla stessa Francia e la prima fu rimessa dal Consiglio di Ginevra alla Corte dell'Aja per parere: il quale fu contrario alla Repubblica francese e circostanze attuali sembrano ancora più sfavorevoli a noi sia pel carattere della controversia indubbiamente internazionale sia perché noi appariamo esserci fatta giustizia da noi mediante occupazione isola contro spirito e lettera del patto (articoli 12 e 15) [3] . Tutti precedenti [...] sono anteriori alla andata in vigore patto Società Nazioni da noi firmato che ha appunto per scopo di impedire atti da cui possono derivare conflitti ed ogni via di fatto prima dell'opera del Consiglio di Ginevra. Italia anche denunziando oggi patto a sensi articolo primo ultimo comma resterebbe sempre obbligata a rispettare disposizioni patto nel conflitto attuale e sarebbe soggetta sanzioni articolo 16. Mio parere è in massima conforme a quello dell'illustre professore». (Maestri Molinari a Mussolini, L'Aja, 5 settembre 1923, h. 5.49, ibidem)

Il 5 settembre 1923, la Conferenza degli Ambasciatori riconosceva la responsabilità della Grecia e comunicava al Segretario Generale della Società delle Nazioni, Drummond, di aver intrapreso l'esame delle modalità dell'inchiesta. Nella seduta del 5 settembre del Consiglio della Società delle Nazioni, dedicata agli avvenimenti di Janina, il Delegato italiano dichiarava:

«L'atroce assassinat de la mission italienne sur le territoire grec ne constitue pas seulement une violation flagrante du droit humain et des règles fondamentales du droit des gens, dont l'Italie a le droit et le devoir d'exiger la juste punition et le dommage et la réparation morale, mais aussi une offense inouie à la Conférence des ambassadeurs, qui avait chargé la mission internationale du mandat difficile et délicat de fixer les frontières entre l'Albanie et la Grèce. Quoique le droit de l'Italie ne soit pas dépendant du droit de la Conférence des ambassadeurs, la connexion entre la violation de chacun de ces droits est si évidente que la Grèce même n'en a point nié l'existence. Le général Tellini et ses compagnons ont été assassinés parce qu'ils faisaient partie de la mission internationale: il y a en cela un parallélisme parfait entre l'intérêt de la Conférence et celui de l'Italie; mais les assassins les ont choisis pour victimes parce qu'ils étaient Italiens: la violation du droit à la vie, que l'Italie doit garantir à ses citoyens, et l'offense à la dignité et à l'honneur de la nation italienne s'ajoutent à la violation du droit international. La Conférence des ambassadeurs a bien compris que le crime affreux ne pouvait point rester impuni; et, si les nouvelles qu'on a publiées sont exactes, la Grèce a reconnu sa responsabilité en déclarant se soumettre aux décisions de la Conférence. L'Italie, dont les droits ont été offensés bien plus gravement que ceux de la Conférence, a réclamé, de son côté, le châtiment des coupables et la réparation du dommage moral et matériel, et, pour assurer l'exécution des obligations de la Grèce, elle a dû prendre des gages d'autant plus nécessaires que l'instabilité et la condition moralement inférieure du Gouvernement grec, qui n'a pas été reconnu par un grand nombre d'Etats, et son attitude ne pouvaient aucunement inspirer la confiance qui, seule, aurait rendu superflues les garanties réelles». (S.d.N., J.O. 1923, p. 1287)

L'8 settembre, la Conferenza degli Ambasciatori faceva rimettere a suo nome al Ministro degli Esteri greco, dai Rappresentanti diplomatici di Francia, Gran Bretagna e Italia ad Atene, una Nota Verbale collettiva con la quale si chiedevano le stesse «réparations et sanctions» contemplate dalla Nota Verbale italiana del 29 agosto, eccetto il punto relativo all'inchiesta, che sarebbe invece stata effettuata sotto il controllo di una commissione internazionale. La somma di cinquanta milioni di lire avrebbe dovuto essere versata, a titolo di pegno, presso la Banca nazionale svizzera. La Grecia, pur ribadendo la sua estraneità all'eccidio della missione Tellini, accettava, il 9 settembre 1923, tutte le condizioni poste dalla Conferenza degli Ambasciatori. Il 9 settembre, Mussolini scriveva a Romano Avezzana, precisando che

«Pronta accettazione da parte Grecia richieste formulate Conferenza Ambasciatori non può voler dire simultanea evacuazione Corfù. Anzitutto accettazione non significa esecuzione. Anche deposito somma 50 milioni rappresenta garanzia esecuzione una sola clausola - quella d'ordine finanziario - mentre rimangono tutte altre, fra quali importantissima quella numero 5 che concerne ricerca e punizione assassini e la cui esecuzione definitiva non solo richiederà un congruo periodo di tempo, ma rappresenta conditio sine qua non perché Italia proceda evacuazione Corfù». (Mussolini a Romano Avezzana, Roma, 9 settembre 1923, h. 2.30, DDI, s. VII, v. II, p. 211)

Il giorno successivo, Romano Avezzana comunicava quindi alla Conferenza degli Ambasciatori che

«Le Gouvernement royal a pris acte de la note que la Conférence a adressée à la Grèce [...] en affirmant à nouveau sa déclaration antérieure, à savoir qu'il évacuera Corfou et les îles voisines aussitôt que la Grèce aura donné pleine et définitive exécution à toutes les réparations demandées. [?] Le Gouvernement italien n'évacuera Corfou que lorsque toutes les conditions posées par la Conférence des Ambassadeurs, y compris la punition et l'exécution des coupables, auront été remplies». (Conferenza Ambasciatori, CA 227, Parigi, 10 settembre 1923, ASE, CPV, 318)

Il 12 settembre, Mussolini così scriveva a Romano Avezzana:

«Confermo ancora una volta l'esplicita dichiarazione di principio espressa già ripetutamente [...] secondo cui la nostra occupazione di Corfù ha carattere temporaneo, subordinatamente però, per quanto riguarda il termine di essa, alla piena esecuzione delle nostre richieste di sanzione. Tale è d'altronde il solo significato che può logicamente attribuirsi all'espressione "obtenir satisfaction aux demandes qu'il a présentées", con la quale la Conferenza degli Ambasciatori ha precisato nella sua ultima nota alla Grecia, lo scopo della nostra occupazione dell'isola. I dubbi che sorgono ora da parte del suo collega britannico circa eventualità che, malgrado l'obbligo categoricamente imposto alla Grecia dal punto 5 dell'anzidetta nota, di assicurare cioè non solo la ricerca ma la punizione esemplare dei colpevoli, e malgrado la pretesa efficacia della garanzia delle potenze, si verifichino nella pratica condizioni che non permettano tale punizione, col che verrebbe a mancare in sostanza la fondamentale riparazione dovuta al nostro prestigio ed al nostro onore nazionale, non possono che rendere anche più manifesta per l'Italia l'imprescindible necessità di conservare il pegno che è stata costretta a prendere di fronte al malvolere della Grecia, quale indispensabile garanzia di ottenere tale soddisfazione cui unanime la Nazione Italiana esige con diritto indiscutibile. Non posso dubitare che i suoi colleghi della Conferenza degli Ambasciatori riconosceranno tutta la giustezza di tale punto di vista. A dissipare però qualsiasi vago senso di preoccupazione che possa essere suscitato dalla indeterminatezza della data della nostra evacuazione, l'Italia per dar nuova prova della perfetta lealtà delle sue intenzioni, si dichiara disposta nel caso che i risultati dell'inchiesta non dovessero condurre ad immediata esecuzione, ad esaminare, a seconda dei vari casi che si potessero presentare, la possibilità di determinare le condizioni indispensabili per permettere di liberare eventualmente il pegno anche prima che fossero integralmente eseguite le clausole di cui ai punti 5 o 6. Qualora ad esempio si verificasse il caso o che l'inchiesta non riuscisse ad individuare i colpevoli o che li dichiarasse irreperibili, l'Italia verrebbe a trovarsi nella situazione inammissibile di non essere stata soddisfatta nella sua giusta richiesta fondamentale ed in tal caso perché possa verificarsi la possibilità dell'evacuazione sarebbe indispensabile provvedere con altra riparazione quale potrebbe essere il pagamento integrale della somma di 50 milioni quale penalità per il Governo greco per la mancata possibilità di esecuzione della sanzione prevista dal numero cinque. Ed in tal caso bisognerebbe anche risolvere diversamente la questione delle spese di occupazione». (Mussolini a Romano Avezzana, Roma, 12 settembre 1923, ore 1.00, DDI, s. VII, v. II, pp. 222-223)

Nella seduta della Conferenza degli Ambasciatori del 12 settembre 1923, Cambon tornava a sollecitare l'evacuazione di Corfù. Romano Avezzana rispondeva nel seguente modo:

«Le Gouvernement italien envisage sans doute la possibilité d'évacuer Corfou avant l'exécution complète, mais il n'est pas d'accord pour fixer dès maintenant dans la Conférence une date précise pour l'évacuation; la Conférence risquerait, en agissant de la sorte, de faire espérer au Gouvernement grec que l'impunité des coupables pourrait être assurée sans danger. [?] Au cas où le Gouvernement hellenique ne réussirait pas à mettre la main sur les coupables, la Conférence discutera quels autres gages pourront être substitués à l'occupation de Corfou». (Conferenza Ambasciatori, CA 228, Parigi, 12 settembre 1923, h. 11.00, ASE, CPV, 318)

Nella seduta pomeridiana Romano Avezzana aggiungeva che

«Le dépôt de la caution est considéré par l'Italie comme un gage suffisant ne nécessitant pas la prolongation de l'occupation. [?] Si l'Italie devait évacuer Corfou, avant d'avoir obtenu des assurances sur les sanctions qui devraient être substituées à l'occupation de Corfou, au cas où l'enquête ne serait pas satisfaisante, elle se trouverait dans une situation inadmissible. Pour que l'évacuation ait lieu il faut que la Conférence ait pu envisager quelles autres sanctions pourront, le cas échéant, être substituées à l'occupation». (Conferenza Ambasciatori, CA 229, Parigi, 12 settembre 1923, h. 17.00, ibidem)

In seguito, tuttavia, Romano Avezzana rendeva la seguente dichiarazione:

«Dans son désir de témoigner de son attachement à la paix, le Gouvernement italien, conformément à ses déclarations réitérées, est résolu à évacuer Corfou et il a décidé de le faire le 27 septembre, date fixée par la Conférence des Ambassadeurs pour la fin de l'enquête hellénique. Mais si, à cette date, les coupables ne sont pas découverts, et s'il n'est pas établi que le Gouvernement grec n'a commis aucune négligence dans leur poursuite et leur recherche, le Gouvernement italien estime qu'il serait contraire à la morale et à la justice, ainsi qu'à la dignité de l'Italie que celle-ci renoncât aux gages dont elles s'était saisie pour avoir satisfaction, sans que satisfaction lui soit accordée. Il demande donc que la Conférence, prenant acte de la décision spontanée du Gouvernement italien relative à l'évacuation de Corfou à la date du 27 septembre, décide dès à présent que, dans l'éventualité ci-dessus visée, la Conférence infligera à la Grèce, à titre de pénalité, le versement d'une somme de 50 millions de lires à l'Italie». (Conferenza degli Ambasciatori, CA 230, Parigi, 13 settembre 1923, ibidem)

Il 18 settembre 1923, Salandra precisava il punto di vista del Governo italiano circa l'occupazione di Corfù, in sede di Consiglio della Società delle Nazioni, nei seguenti termini:

«En ce qui concerne l'occupation de Corfou, il est de toute nécessité de nous expliquer fort nettement et de placer la question sous son véritable aspect juridique; il n'en a été que trop inexactement parlé. Loin de moi toute idée de relever, ici ou ailleurs, les expressions qui ont été employées à ce sujet, hors d'ici, par des éléments irresponsables et surexcités. L'Italie ne peut s'occuper de propos qui seraient blessants, s'ils n'étaient pas absurdes; mais au sein du Conseil, M. Branting [4] , avec l'autorité qui lui appartient, a affirmé que l'occupation de Corfou est contraire aux principes du Pacte, aux obligations acceptées solennellement par les Etats, et pourrait constituer un précédent dangereux. La vérité est que le Gouvernement italien a déclaré, dès le premier jour, que l'occupation de Corfou était faite à titre temporaire et uniquement en vue d'une prise de gage, pour assurer les réparations qu'il avait demandées à la Grèce et que la Grèce n'avait pas alors acceptées. Un Jurisconsulte dont tout le monde reconnaît la haute compétence a voulu m'aider dans ma besogne de ces derniers jours. Il m'a fait remarquer qu'il suffit d'ouvrir un traité quelconque de droit international pour constater que l'occupation à titre de garantie a toujours été admise comme mesure pacifique. Elle représente la forme la plus modérée de représailles (Voir, par exemple, Oppenheim, International Law, 3 édition 1921, II, page 337, section 248; Bonfils-Fauchille, Traité de Droit international public, 1921, II, page 222; Robin, Des occupations militaires en dehors des occupations de guerre, pages 10, 13, 610). Les cas d'occupation pacifique soit de territoires, soit de navires, sont très nombreux. L'Angleterre et la France y ont eu recours plus fréquemment que les autres Etats. Mais il ne manque pas d'exemples de la part de l'Autriche, de l'Allemagne, de la Russie et des Etats-Unis d'Amérique. Il s'agissait le plus souvent de répondre à des violences beaucoup moins graves, au point de vue du droit international, que celle qui a été la cause première de l'occupation de Corfou. Il ne faut pas croire que le Pacte de la Société des Nations ait interdit ces moyens pacifiques de répression. Ils ne sont défendus par aucun de ses articles. J'ajoute que, dans son préambule, les principes du droit international sont expressément reconnus. On compte parmi ceux-ci le droit de représailles pacifiques et d'occupations à titre de garantie. Ces représailles sont donc légitimes. Il faut noter que des autorités éminentes en matière de droit international, telles que les professeurs Schücking et Wehberg (Die Satzung des Völkerbundes, 1921, page 293), qui ont étudié à fond le Pacte de la Société des Nations, déclarent d'une façon tout à fait explicite que les représailles et les rétorsions ne sont pas défendues. Il n'y eut donc ni acte de guerre ni violation du droit des gens. Le Pacte, que nous avons tous accepté et que nous respectons tous est une partie essentielle intégrante du droit international, mais ne le comprend pas tout entier. Et, en ce qui concerne le précédent qui préoccupe M. Branting, il ne faut pas oublier que l'Italie, récemment entrée dans l'historie mondiale, n'a fait que suivre d'illustres exemples». (S.d.N., J. O., 1923, pp. 1313-1314)

La questione della liceità dell'occupazione di Corfù continuava a costituire oggetto di discussione da parte del Consiglio della Società delle Nazioni, che decideva di sottoporre all'esame di un comitato di giuristi taluni quesiti relativi all'interpretazione del Patto. Nella seduta del 22 settembre 1923 veniva discusso il seguente quesito:

«2. Existence et nature du droit d'un Etat d'appuyer, par des mesures coercitives, telles que l'occupation de territoires ou des mesures analogues, une revendication élevée contre un autre Etat; le Pacte a-t-il modifié - et, dans l'affirmative, dans quelle mesure - l'exercice de droits de ce genre entre Etats membres de la Société?». (ibidem, p. 1320)

In proposito, Salandra osservava:

«En ce qui concerne le point numéro deux [...] il revient à poser la question suivante: L'Italie a-t-elle bien fait ou mal fait d'occuper Corfou? L'Italie a bien fait ou mal fait; mais l'incident est clos et je ne puis accepter que personne porte un jugement à cet égard, ni le Conseil de la Société des Nations ni l'Assemblée. Poser la question en ces termes c'est dire: un jugement n'aura pas de conséquences matérielles, il aurait des conséquences morales, parce qu'il impliquerait un blâme ou une approbation à l'adresse de l'Italie. Or, c'est un point sur lequel je ne peux pas admettre de transaction. Si vous posez une question d'ordre général, par exemple, celle de savoir quelles sont les règles de l'ancien droit international qui ont été abrogées ou rénovées par le Pacte, je ne m'opposerai pas à ce que cette question soit discutée; car des représailles ne comportent pas seulement l'occupation d'un territoire, elles peuvent également avoir trait à l'arrêt du commerce, au blocus commercial; mais si vous vous placez uniquement ou point de vue de l'occupation d'un territoire, je m'oppose dès à présent à ce que la question soit discutée [...]. Le mot "représailles" n'a pas le même sens dans le langage courant et en droit international. Prendre un gage, comme l'ont fait souvent l'Italie, l'Angleterre ou la France, ce n'est pas user de représailles dans le langage courant. Cependant, en droit international, c'est, je crois, une mesure de représaille; en anglais, on dit, me semble-t-il, reprisals ? C'est ce que les techniciens nous indiqueront [...]. Il n'existe pas de code sur les mesures que l'on peut prendre et sur celles auxquelles il est interdit d'avoir recours: chaque Etat a pris les mesures coercitives qu'il a crues les plus convenables, au moment où il les a prises, et le droit international n'a fait que grouper les attitudes différentes prises par les Etats». (ibidem, pp. 1320-1324)

Il quesito, infine, veniva, così formulato:

«Des mesures de coercition qui ne sont pas destinées à constituer des actes de guerre, sont-elles conciliables avec les termes des articles 12 à 15 du Pacte, quand elles sont prises par un Membre de la Société des Nations contre un autre Membre de la Société, sans recours préalable à la procédure prévue dans ces articles?». (ibidem, p. 353)

Intanto, sempre il 22 settembre 1923, la Commissione internazionale di controllo inviava alla Conferenza degli Ambasciatori il rapporto sull'inchiesta, in cui, tra l'altro, era detto che

«Les constatations faites jusqu'ici ne sont pas encore assez complètes pour permettre aux commissaires d'apprécier si le Gouvernement grec doit être rendu responsable des négligences relevées, ou si ces négligences résultent de l'organisation défectueuse, l'administration de la police disposant seulement de moyens peu perfectionnés d'investigation criminelle». (All. G a Conferenza degli Ambasciatori, CA 231, Parigi, 25 settembre 1923, ASE, CPV, 318)

Su questa base, l'Italia dichiarava di essere in diritto di esigere la penalità di cinquanta milioni di lire prevista dalle Note Verbali alleate dell'8 e 14 settembre. Ed infatti, nella seduta del 26 settembre 1923, la Conferenza degli Ambasciatori decideva di chiedere al Governo greco l'immediato pagamento della somma. Il Governo ellenico accettava la richiesta e Mussolini informava, lo stesso giorno, le principali Rappresentanze diplomatiche che

«Vertenza con la Grecia è stata risoluta in modo soddisfacente alla Conferenza degli Ambasciatori con l'aggiudicazione immediata all'Italia dei cinquanta milioni. Conseguentemente agli impegni presi noi procederemo domani all'evacuazione di Corfù». (Mussolini a Tomasi della Torretta, Caetani, Paulucci de' Calboli, De Bosdari, Cobianchi, Maissa, Salandra, Montagna, Chiaromonte Bordonaro, Colli, Aloisi e Summonte, Roma, 26 settembre 1923, ore 18.30, DDI, s. VII, v. II, p. 264)

Circa un mese dopo, peraltro, il Ministro degli Esteri greco, con Nota Verbale inviata all'Incaricato d'Affari francese ad Atene, ribadiva che il suo Governo non accettava l'accusa di negligenza ad esso indirizzata. Mussolini scriveva pertanto, il 19 ottobre 1923, a Romano Avezzana e Tomasi della Torretta:

«Non vi è dubbio [...] che col versamento effettuato dalla Grecia dei 50 milioni, ammenda da cui essa fu colpita per la mancata diligenza nella ricerca dei colpevoli entro la data del 27 settembre ed a cui era stata subordinata la nostra evacuazione di Corfù, incidente politico italo-greco è definitivamente risoluto appunto con l'applicazione di una penalità di carattere politico. Ma la questione ha un duplice aspetto poiché la penalità suddetta applicata alla Grecia non può e non deve escludere che la giustizia abbia il suo corso normale non essendo possibile ammettere che un misfatto così grave rimanga impunito». (Mussolini a Romano Avezzana e Tomasi della Torretta, Roma, 19 ottobre 1923, ASE, P 1919-30, 1225)

Quanto al quesito che il Consiglio della Società delle Nazioni aveva sottoposto al parere del Comitato di giuristi, quest'ultimo, riunito a Ginevra nel gennaio 1924, formulava la seguente risposta:

«Des mesures de coercition qui ne sont pas destinées à constituer des actes de guerre peuvent être conciliables, ou non, avec les termes des articles 12 à 15 du Pacte, et il appartient au Conseil, saisi du différend, de décider immédiatement, en s'inspirant de toutes les circostances et de la nature des mesures prises, s'il y a lieu de recommander le maintien ou la cessation de celles-ci». (S.d.N., J.O., 1924, p. 524)

Note

[1] vedi anche: 1432/3 - L'eccidio della missione Tellini a Janina;
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[2] vedi anche: 54/3 - I Decreti di nazionalità in Tunisia; 487/3 - I Decreti di nazionalità in Marocco;
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[3] Testo in Trattati e Convenzioni, v. XXIV, pp. 90-91.
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[4] Delegato svedese al Consiglio della Società delle Nazioni.
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