1615/3 - L'Istituto archeologico germanico a Palazzo Caffarelli

Durante la prima guerra mondiale, il Governo italiano prendeva possesso delle proprietà immobiliari dello Stato tedesco sul Campidoglio e, tra esse, di Palazzo Caffarelli, sede dell'Istituto archeologico germanico e della sua biblioteca specializzata. D'accordo con il Ministro di Svizzera a Roma, Wagnière, che curava gli interessi tedeschi in Italia, la questione della proprietà dell'Istituto veniva rinviata al dopoguerra, mentre il Ministro dell'Istruzione Pubblica, Baccelli, faceva sigillare i locali e depositare il patrimonio mobiliare dell'Istituito in Castel Sant'Angelo. Il 23 dicembre 1918, il Prefetto di Roma, Annaratone, espropriava Palazzo Caffarelli per causa di pubblica utilità, basandosi sui Decreti Luogotenenziali 26 luglio 1917 n. 1258 e 8 dicembre 1918 n. 1914, i quali, tuttavia, non consentivano analogo provvedimento per i beni mobili appartenenti all'Istituto [1] . Dopo la ratifica ed esecuzione del Trattato di Versailles avvenute con R.D. 20 gennaio 1920 n. 51 [2] , la decisione circa la sorte dell'Istituto non poteva essere ulteriormente rinviata. Il 17 febbraio 1920, il Ministro degli Esteri, Tittoni, inviava al Ministro dell'Industria, del Commercio e del Lavoro, Ferraris, una lettera nella quale si affermava fra l'altro quanto segue:

«Questo dicastero crede che non sia il caso di sollevare una questione particolare per l'Istituto Archeologico Tedesco ma che convenga invece, dopo aver assimilato questo Istituto ad ogni altro bene di stato austriaco o tedesco esistente in Italia, ordinare addirittura la confisca di tutti questi beni od almeno assumerne il possesso di fatto. [?] Per prendere possesso delle proprietà immobiliari dello Stato Tedesco sul Campidoglio ci si è appigliati - a suo tempo [?] all'espediente di procedere all'espropriazione per causa di utilità pubblica. Purtroppo il nostro diritto non ammette un procedimento analogo per i beni mobili di cui si compone l'Istituto. Per queste ragioni questo dicastero deve riconoscere che una presa di possesso da parte nostra dell'Istituto in questione non potrebbe essere fondata sul carattere privato originario della Istituzione e neppure sul notevolissimo interesse scientifico che avrebbe lo Stato italiano a farlo proprio. La questione - ripetesi - non va ristretta al caso specifico, ma va estesa a tutti i beni di Stato tedeschi ed austriaci esistenti in Italia. [?] La base di questa pretesa è data dagli articoli 297 lett. b) del Trattato di Versailles e 249 lett. b) [3] del Trattato di St. Germain i quali ci consentono di ritenere e di disporre dei beni nemici esistenti nel territorio italiano "ante bellum". E' ben vero che la lettera degli articoli suddetti si riferisce unicamente ai beni dei privati e non anche ai beni di Stato. Ma è evidente che se si possono apprendere quelli "a fortiori" si potranno apprendere questi. Una differenza di trattamento fra beni privati e beni di Stato sarebbe quanto mai concepibile nel senso inverso: cioè si potrebbe tutt'al più ammettere che - conferito alle Potenze vittoriose il diritto di disposizione sui beni nemici - si venisse poi a limitare questo diritto solo ai beni di Stato e ad esentarne i beni privati, in forza di quel principio fondamentale di diritto internazionale che la guerra è una relazione fra gli Stati e non fra i privati. Ma poiché invece è detto chiaramente negli articoli su citati che perfino i beni dei privati possano esser appresi, non si può dubitare che la stessa sorte debba essere riservata ai beni di Stato: colpire quelli ed esentare questi parrebbe essere - ripetesi - semplicemente un enorme controsenso giuridico. La verità è che della facoltà di disporre dei beni di stato non si è parlato negli art. 297 e 249 per la semplice ragione che essa risultava già dai principi generali del diritto di guerra. Per il fatto stesso di trovarsi in stato di guerra lo Stato non è obbligato a riconoscere un diritto di proprietà allo Stato con esso belligerante e può senz'altro impossessarsi dei beni spettanti a quest'ultimo. [?] Infine un nuovo appoggio è dato agli articoli che attribuiscono alle Potenze alleate ed associate i beni di stato tedeschi ed austriaci esistenti in virtù dei Trattati stessi (art. 56 e 256 del Trattato di Versailles e 208 del Trattato di Saint-Germain) ovvero esistenti in territori che formalmente non appartengono alle Potenze alleate ed associate (cfr. per l'Egitto art. 153 del Trattato di Versailles e 108 del Trattato di Saint-Germain: per il Marocco art. 144 del Trattato di Versailles e 99 del Trattato di Saint-Germain etc). Essi dimostrano che i beni di stato non sono sfuggiti alla attenzione dei compilatori del Trattato. Se parlarono di quelli esistenti in certe zone speciali e tacquero di quelli esistenti nello stesso territorio " ante bellum " delle Potenze Alleate è perché la confisca di questi discendeva di per sé stessa dai principi generali del diritto di guerra mentre l'impossessamento di quelli doveva esser sanzionato invece da norme apposite, essendo stati durante le ostilità i territori dove essi si trovano - anche se sottoposti ad occupazione bellica - sotto la giurisdizione dell'Austria e della Germania». (Tittoni a Ferraris, Roma, 17 febbraio 19220, ASE, Z, 184)

Altre argomentazioni a sostegno della tesi dell'incamerabilità dell'Istituto in quanto bene nemico adduceva poi Ferraris nella lettera indirizzata il 28 febbraio 1920 a Tittoni, nella quale si sottolineava che

«La questione è risolta letteralmente dall'art. 252 del Trattato di Versaglia; il quale, facendo in maniera evidente richiamo ad un principio di comune diritto bellico, dichiara: "Le disposizioni che precedono non portano alcuna menomazione al diritto di ciascuna delle potenze alleate ed associate di disporre degli averi e proprietà nemiche che si trovino sotto la loro giurisdizione al momento della entrata in vigore del presente Trattato". E non sembra sia dato dubitare che gli averi e proprietà nemiche cui, senza maggiore precisazione, si fa qui cenno, siano anche quelli di ragion pubblica, appartenenti cioè agli Stati già nemici». (Ferraris a Tittoni, Roma, 28 febbraio 1920, ibidem)

A sua volta, il Delegato italiano alla Commissione delle Riparazioni della Conferenza della pace, Bertolini, nella risposta del 1° marzo 1920 alle note di Tittoni dell'8 e 12 febbraio di quell'anno, osservava quanto segue:

«La questione dell'appropriabilità da parte di Potenze alleate dei beni appartenenti a Stati nemici trova la sua soluzione nelle disposizioni della Parte IX (Clausole Finanziarie) dei Trattati di Versailles e di Saint-Germain [?]. Ora, per l'art. 248 del Trattato di Versailles, Parte IX, un privilegio di primo grado ai fini del pagamento delle riparazioni è costituito sopra i beni degli Stati confederati e dell'Impero germanico, dovunque si trovino: e per l'art. 252 le disposizioni precedenti (cioè quelle relative ai privilegi) non intaccano il diritto di ciascuna Potenza alleata di disporre dei beni nemici che già si trovassero sotto la sua giurisdizione [4] . Evidentemente i beni nemici di cui all'articolo 252 sono i beni pubblici su cui potrebbe cadere il privilegio: altrimenti l'eccezione non avrebbe significato. E' dunque sancito nel detto articolo espressamente il diritto di disporre dei beni pubblici dello Stato nemico, in quanto si trovino sotto la giurisdizione della Potenza alleata al momento stesso dell'entrata in vigore del Trattato. Tale facoltà di disposizione si riannoda, senza dubbio, ai principi generali del diritto di guerra; ma è riconosciuta per il tempo posteriore alla cessazione dello stato di guerra in favore delle sole Potenze alleate». (Bertolini a Tittoni, Parigi, 1° marzo 1920, ibidem)

Il 9 marzo 1920, in risposta ad una comunicazione del Sottosegretario agli Esteri, Sforza, il Presidente del Consiglio, Nitti, inviava il seguente telegramma:

«In relazione al foglio 14 febbraio [...], significo che mi associo al parere espresso dal Comitato per la sistemazione dei rapporti economici derivanti dai trattati di pace circa il diritto da parte del Governo di disporre dei beni situati nel Regno, di pertinenza di Stati già nemici». (Nitti a Sforza, Roma, 9 marzo 1920, s.h., ibidem)

Nonostante l'affermazione del diritto dell'Italia di incamerare l'Istituto, la questione veniva risolta dal Governo accogliendo la proposta formulata dal nuovo Ministro della Istruzione Pubblica, Croce, di non procedere alla requisizione della biblioteca dell'Istituto. Secondo Croce, infatti,

«Una biblioteca non è un'accolta materiale di cose, ma una unità ideale che porta l'impronta del suo creatore: togliere, per diritto di guerra alla Germania la biblioteca dell'Istituto archeologico, salvo, magari, a versarne l'importo, non mi sembra una cosa degna delle nobili tradizioni della civiltà italiana e della cultura italiana». (Croce a Sforza, Roma, 30 giugno 1920, ibidem)

Il 10 agosto 1920, Sforza inviava all'Incaricato d'Affari tedesco a Roma, von Herff, la seguente nota:

«Ho l'onore di informare la S.V. Ill.ma che malgrado risultasse indiscutibile, in base alle disposizioni del Trattato di Versaglia, il diritto dello Stato Italiano di incamerare la biblioteca dell'Istituto Archeologico Germanico in Roma, il Governo italiano, in considerazione del carattere culturale dell'Istituto e dell'importanza che i cultori e studiosi della scienza archeologica tedesca annettono alla biblioteca suddetta, tangibile risultato della loro attività, è venuto nella determinazione, per dar prova degli amichevoli intendimenti dai quali è animato verso la Nazione Tedesca, di non esercitare tale suo diritto e di restituire i libri della biblioteca con i relativi scaffali». (Sforza a von Herff, Roma, 10 agosto 1920, ibidem)

Vedi anche

Nitti a Sforza, Roma, 9 marzo 1920, ASE, Z, 184; von Herff a Nitti, Roma, 8 maggio 1920, ACS, Pres. Cons. Min., 727; Tomasi della Torretta a Bonomi, Roma, 18 gennaio 1922, ibidem; Mussolini a von Neurath, Roma, 20 aprile 1923, ibidem.;

Note

[1] I testi dei Decreti citati sono in Leggi e Decreti, riapettivamente 1917, p. 2878 e 1918, p. 3868 segg.
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[2] Testo in Leggi e Decreti, 1920, p. 135.
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[3] L'art. 249, lett. b, del Trattato di Saint-Germain del 10 settembre 1919 così disponeva: «Sous réserve des dispositions contraires qui pourraient résulter du présent Traité, les Puissances alliées ou associées se réservent le droit de retenir et de liquider tous les biens, droits et intérêts qui appartiennent, à la date de la mise en vigueur du présent Traité, à des ressortissants de l'ancien Empire d'Autriche ou à des sociétés contrôlées par eux et qui se trouvent sur leur territoire, dans leurs colonies, possessions et pays de protectorat, y compris les territoires qui leur ont été cédés en vertu du présent Traité, ou qui sont sous le contrôle desdites Puissances. La liquidation aura lieu conformément aux lois de l'Etat allié ou associé intéressé et le propriétaire ne pourra disposer de ces biens, droits et intérêts, ni les grever d'aucune charge, sans le consentement de cet Etat. Ne seront pas considérés, au sens du présent paragraphe, comme ressortissants autrichiens, les personnes, qui dans les six mois de la mise en vigueur du présent Traité, établiront qu'elles ont acquis de plein droit, conformément aux dispositions du présent Traité, la nationalité d'une Puissance alliée ou associée, y compris celles qui, en vertu des articles 72 ou 76, obtiennent cette nationalité avec le consentement des autorités compétentes, ou qui, en vertu des articles 74 ou 77, acquièrent cette nationalité en raison d'un indigénat (pertinenza) antérieur» (Trattati e Convenzioni, v. XXIV pp. 597-598).
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[4] Il testo dell'art. 248 del Trattato di Versailles era il seguente: «Sous réserve des dérogations qui pourraient être accordées par la Commission des réparations, un privilège de premier rang est établi sur tous les biens et ressources de l'Empire et des Etats allemands, pour le règlement des réparations et autres traités et conventions complémentaires, ou des arrangements conclus entre l'Allemagne et les Puissances alliées et associées pendant l'Armistice et ses prolongations. Jusqu'au 1° mai 1921, le Gouvernement allemand ne pourra ni exporter de l'or ou en disposer, ni autoriser que de l'or soit exporté ou qu'il en soit disposé sans autorisation préalable des Puissances alliées et associées représentées par la Commission des réparations» (Trattati e Convenzioni, v. XXIV, p. 249). Per il testo dell'art. 252, ibidem, p. 251.
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